Di sicuro c’era solo che fosse scomparso, evaporato, svanito nel nulla. Un vero e proprio caso quello della scomparsa di Ettore Majorana, il geniale fisico catanese di cui non si avevano notizie dal 26 marzo del 1938. Oggi invece, quasi novant’anni dopo, la procura di Roma sostiene di avere trovato una traccia: lo scienziato era vivo e risiedeva a Valencia, in Venezuela, tra il 1955 e il 1959.

Nessun omicidio, nessun suicidio, ma un allontanamento volontario quello dello scienziato: è per questo motivo che la procura capitolina ha chiesto di archiviare le indagini riaperte nel 2011. A provare la presenza di Majorana in Sudamerica c’è una fotografia, scattata in Venezuela nel 1955 che mostra il fisico siciliano in compagnia di un meccanico d’origine italiana: Francesco Fasani. È dalla testimonianza di quest’ultimo che nel 2011 prendono spunto le indagini della procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani: il meccanico, intervenuto nel 2008 durante la trasmissione Chi l’ha visto, racconta di aver conosciuto in Venezuela un certo Bini, uomo di mezza età con cui non entrò mai in intimità, dato che si trattava di un soggetto “esasperatamente riservato”.

È dalla testimonianza di Francesco Fasani nel 2011 prendono spunto le indagini della procura di Roma

Fasani ha spiegato di avere sospettato a lungo che quell’uomo altri non fosse che Ettore Majorana. Il signor Bini viveva con una donna in località San Raphael, tra Valencia e Maracai, e guidava una StudeBaker di colore giallo. “Parlava con accento romano” ha spiegato Fasani che accettò di prestare a Bini 150 bolivar, la moneta locale: in cambio il meccanico chiese al fisico di posare con lui per una fotografia. Ed è proprio quell’istantanea la prova regina agli atti della procura di Roma: le analisi compiute dal Ris dei Carabinieri, sottolineano come il volto dell’uomo ritratto vicino a Fasani fosse compatibile con i tratti somatici del fisico catanese. “I risultati della comparazione – scrive Laviani nella richiesta di archiviazione – hanno portato alla perfetta sovrapponibilità dei particolari anatomici di Majorana (fronte, naso zigomi, mento ed orecchio) con quelle del padre”. In più, Fasani ha fornito ai magistrati una cartolina prelevata dall’automobile di Bini, proveniente da Quirino Majorana, zio di Ettore e a sua volta importante fisico di fama mondiale, spedita nel 1920 ad un cittadino statunitense, W.G. Conklin. L’ennesima conferma che convince i pm che la “vera identità di costui” è quella di Ettore Majorana, “stante il rapporto di parentela con Quirino, la medesima attività di docenti di fisica e il frequente rapporto epistolare già intrattenuto tra gli stessi, avente spesso contenuto scientifico”.

Il fisico rifiutò le cattedre a Yale e Cambridge e scelse Napoli. Fermi costringe Mussolini a offrire una ricompensa

Nato a Catania nel 1906, sin da giovanissimo Majorana dimostrò di avere una particolare predisposizione per la matematica: dopo aver studiato ingegneria si spostò al neonato dipartimento di Fisica, guidato da Enrico Fermi. Sono gli anni dei ragazzi di via Panisperna, la sede del dipartimento dove Emilio Segré, Bruno Pontecorvo, Edoardo Amaldi ed Ettore Majorana, costituivano la più brillante squadra di fisici teorici della storia. Fondamentale, all’interno del gruppo, l’apporto di Majorana, considerato uno dei primi scienziati ad intuire le reazioni nucleari, oggi alla base della bomba atomica. “Majorana aveva però un carattere strano: era eccessivamente timido e chiuso in sé. La mattina, nell’andare in tram all’Istituto, si metteva a pensare con la fronte accigliata. Gli veniva in mente un’idea nuova, o la soluzione di un problema difficile, o la spiegazione di certi risultati sperimentali che erano sembrati incomprensibili: si frugava le tasche, ne estraeva una matita e un pacchetto di sigarette su cui scarabocchiava formule complicate” è il ritratto tracciato da Anna Fermi, moglie di Enrico.

Carattere schivo, silenzioso, capacità considerate fuori dal comune anche tra gli geniali scienziati di via Panisperna, Majorana decide di accettare la cattedra di professore di Fisica teorica dell’università di Napoli, dopo aver rifiutato Cambridge e Yale. Ed è proprio da Napoli che s’imbarca il 25 marzo del 1938 su un piroscafo diretto a Palermo. “Ho un solo desiderio: che non vi vestiate di nero. Se volete inchinarvi all’uso, portate pure, ma per non più di tre giorni, qualche segno di lutto. Dopo ricordatemi, se potete, nei vostri cuori e perdonatemi” scrive alla famiglia.

Per anni una lettera lasciata alla famiglia ha rafforzato l’ipotesi del suicidio

Una lettera che per anni ha rafforzato l’ipotesi del suicidio. Perché dopo aver preso quel traghetto Majorana scompare. Il giorno dopo, scrive e spedisce un altra lettera, all’amico Antonio Carrelli. “Spero che ti siano arrivati insieme il telegramma e la lettera. Il mare mi ha rifiutato e ritornerò domani all’albergo Bologna, viaggiando forse con questo stesso foglio. Ho però intenzione di rinunziare all’insegnamento. Non mi prendere per una ragazza ibseniana perché il caso è differente. Sono a tua disposizione per ulteriori dettagli”. Non arriverà, però, più nessuna traccia da Majorana.

Fermi costringerà Benito Mussolini ad offrire una ricompensa di ben trentamila lire (cifra enorme per l’epoca) per chi offrisse dettagli utili sulla scomparsa del fisico: non arriverà mai nulla di valido. Persino Leonardo Sciascia si lascia affascinare dal caso e scrive “La scomparsa di Majorana”, il saggio dove ipotizza che il fisico si fosse rinchiuso volontariamente nella Certosa di Serra San Bruno. Un’altra ipotesi vedeva Majorana fuggire in Germania per mettersi al servizio del partito Nazionalsocialista, e quindi riparare in Argentina dopo la guerra. Molti iniziarono a liquidare il caso come un semplice suicidio, dovuto alla paura scaturita dalle scoperte fatte nel campo dell’energia atomica.

Lo scienziato Amaldi: “Aveva cercato invano una giustificazione alla vita, alla sua vita…” 

“Come un personaggio di Pirandello carico di problemi che portava con sé, tutto solo; un uomo che aveva saputo trovare in modo mirabile una risposta ad alcuni quesiti della natura, ma che aveva cercato invano una giustificazione alla vita, alla sua vita, anche se questa era di gran lunga più ricca di promesse di quanto essa non sia per la stragrande maggioranza degli uomini” scrive lo scienziato Amaldi. E invece per la procura di Roma, il fisico era in Venezuela almeno fino al 1959: poi non si ha notizia alcuna di come sia proseguita la sua vita. Colpa “dell’inerzia degli organi diplomatici venezuelani” che non hanno saputo rispondere ai quesiti delle autorità italiane in merito “al possesso di una patente di guida o di titoli di proprietà di un’auto” da parte del fisico catanese. La storia di Ettore Majorana, però, rimane ancora oggi avvolta nel mistero: perché si nascose in Sudamerica? E come continuò la vita di uno dei più grandi scienziati della storia? Un mistero talmente complesso, quello di Majorana, che alla fine è diventato un caso emblematico, una specie di simbolo, fonte d’ispirazione per romanzi e sceneggiature: come se non si trattasse più di una storia vera con un uomo reale come protagonista.