Matteo Renzi da un paio di giorni sente un brusio, un rumore in lontananza. Si tratta del Nuovo Centrodestra: doveva essere il partito nato per fare “la destra europea” e si ritrova a fare la zeppetta da mettere sotto la zampa corta del tavolo. Quello che Angelino Alfano, Maurizio Lupi e gli altri non avevano ancora capito dopo un annetto è stato luminoso tra il secondo e il quarto scrutinio dell’elezione del presidente della Repubblica. Il segretario del Pd, questa volta, ha lasciato sul ciglio della strada non Fassina, non Sel, non la Cgil. Ma loro, gli alleati di governo, gli “amici di Ncd”, che prima avevano scelto di fare tutto insieme a Berlusconi e poi hanno deciso di fare tutto insieme al Pd, anche il presidente della Repubblica: volevano Amato o Casini e infatti hanno votato Sergio Mattarella, in una situazione tale in cui il ruolo di presidente del partito lo hanno assunto a turno prima Renzi e poi Giorgio Napolitano.

Renzi: “Io non passo i prossimi mesi a parlare con i partitini”

“Smentisco di essere stato minacciato dal presidente del Consiglio” è andato a dire a tutti i giornalisti Alfano con ironia involontaria. Ma i capi di Ncd si sono giustificati con Forza Italia dicendo di “essere stati violentati”, ha scritto Cazzullo sul Corriere. E ora, che li ha usati, gli “amici di Ncd”, Renzi non li degna nemmeno di uno sguardo: “Io non passo i prossimi mesi a parlare con i partitini”. Figurarsi che Alfano aveva appena finito di dire: “Ora faremo sentire forte la nostra voce”. Maurizio Lupi sbotta: “Non siamo attaccati alle poltrone ma neanche abituati a fare i tappetini”. L’orgoglio rischia di essere tardivo o come minimo privo di effetti. Alla crisi di governo non ci crede nessuno e non per chissà quali ragioni politico-ideologico-sociali: l’Ncd ha messo a segno il capolavoro di essere tenuto a distanza con diffidenza da Forza Italia, di essere odiato dalla Lega Nord e essere più o meno ininfluente (siamo sempre intorno al 4%, se va bene). 

Lupi: “Non siamo attaccati alle poltrone ma neanche abituati a fare i tappetini”

Però di uscire dal governo ne parlano molto, quello sì. “Dobbiamo essere pronti a rompere la nostra partecipazione al governo, se costretti da atti di controriforma su temi sensibili come il lavoro, il fisco e la giustizia” spiega ai quattro venti Maurizio Sacconi, pronto a ritirare per la terza o quarta volta le dimissioni da capogruppo al Senato. La dichiarazione di Gaetano Quagliariello è quasi una provocazione: “Il Nuovo Centrodestra è a un bivio: deve decidere se restare al governo oppure se perseguire da subito una ricomposizione di un centrodestra, oggi balcanizzato, che superi la leadership di Berlusconi”. L’unica che prende coraggio è l’ex portavoce Barbara Saltamartini, che si è dimessa per davvero e ha lasciato il partito: “La linea di continuare a sostenere questo governo, che oggi mi ha riconfermato Alfano, per quanto mi riguarda non è più sostenibile”. Il coraggio tuttavia diventerebbe relativo se è vero che approderà nell’unico partito che a destra cresce, la Lega Nord. “Penso che Ncd sparirà di qui a breve” è la previsione del segretario del Carroccio Matteo Salvini. Intanto Alfano pare sull’orlo del cedimento: “Io non tratterrò nessuno come non ho costretto nessuno a venire, chi ci sta ci sta”.

Guerini: “Verifica di governo? E’ un rito antico. La verifica si fa confrontandosi sulle questioni”

Il Nuovo Centrodestra è come il fidanzato che dice sempre la cosa sbagliata. Roberto Formigoni da giorni parla di “verifica di governo”. Risposta errata, allarme, danger. “E’ un rito antico – gli risponde dal Corriere il vice Renzi, Lorenzo Guerini – Abbiamo messo in campo una stagione di riforme e ci sono tutte le condizioni per andare avanti insieme fino al 2018. La verifica si fa confrontandosi sul merito delle questioni””. Renzi li prende quasi per il naso: “Oggi bisogna lavorare con calma, chi ha da leccarsi le ferite lo faccia ma non c’è bisogno di discussioni polemiche. Abbiamo eletto un galantuomo, il giorno dopo si deve rilanciare, le discussioni fanno vecchia politica. Siamo qui a governare l’Italia non a compattare le alleanze interne”.

Giro (Forza Italia): “Con Renzi dobbiamo abbassare i toni o cambia ancora l’Italicum”

Alfano e altri dei suoi ci provano a buttare giù qualche argomento: riforma delle banche popolari, i decreti sul Jobs act. Sacconi aggiunge il fisco, il lavoro e la giustizia: “Se ci saranno provvedimenti inaccettabili dobbiamo tenerci pronti”. E figurarsi se fosse vero – come raccontava qualche giornale nei giorni scorsi – che Renzi ha assicurato a Sel (i cui 33 grandi elettori hanno votato il capo dello Stato) di avere intenzione di aprire una stagione “di diritti”. Forza Italia e Nuovo Centrodestra, d’altronde, per certi versi, sono nella stessa posizione, rannicchiati in un angolo: hanno voglia di far casino perché così rischiano di restare all’opposizione altri trent’anni, ma di Renzi hanno bisogno per restare in vita in attesa di tempi migliori. “Lo ha detto anche il ministro Boschi e lo ha detto Renzi: i numeri li abbiamo – interviene a Radio24 l’altra vice Renzi, Debora Serracchiani – Il punto è che abbiamo avviato un percorso di riforme insieme al Nuovo Centrodestra e insieme a Forza Italia e vorremmo portarlo avanti, anche perché non abbiamo violato alcun patto e mi pare che sia nell’ordine delle cose che si rispetti”. La destra non è solo a pezzi, ma ormai sembra un ostaggio, per giunta con la sindrome di Stoccolma. Nel Nuovo Centrodestra come in Forza Italia. “Con Renzi dobbiamo abbassare i toni – raccomanda atterrito Francesco Giro, già sottosegretario alla Cultura con Bondi e Galan – altrimenti cancella con un tratto di penna la norma dei capilista bloccati una norma frutto di un accordo sull’Italicum fortemente voluto da Berlusconi nell’ambito del patto con Renzi”.