Piacciono anche a Bruxelles le istanze dei cosiddetti capitalisti senza capitali, gli stessi che negli ultimi mesi in Italia sono riusciti a ottenere dal governo Renzi l’introduzione, con il via libera dei soci a maggioranza semplice, delle azioni a voto maggiorato nelle società quotate. In pratica un raddoppio del peso degli azionisti storici delle aziende approvato da loro stessi e ottenuto senza alcuno sforzo economico, scorciatoia per altro in predicato di essere ulteriormente prorogata rispetto alla scadenza del 31 gennaio 2015. Una misura che, secondo gli investitori istituzionali che pure l’esecutivo a parole sostiene di voler attrarre sempre più, è “anacronistica” e contraria “all’interesse del mercato”, come ha ricordato nei giorni scorsi l’avvocato Dario Trevisan in occasione dell’assemblea di Campari, prima società italiana ad aver approfittato della novità.

Non sembra pensarla così l’europarlamentare Sergio Cofferati che ha dato il suo contributo alla causa del voto maggiorato, in uno dei suoi rari momenti di attività parlamentare a Bruxelles. Il cinese è recentemente uscito piuttosto malconcio, oltre che dalle primarie liguri, anche dalla classifica di Mepranking, organizzazione indipendente che  monitora periodicamente l’attività dei parlamentari a Bruxelles e che ha appena piazzato Cofferati al 698esimo posto su 751 dopo aver incrociato i dati sulla sua partecipazione alle plenarie e al voto, le interrogazioni, le mozioni e dichiarazioni che gli sono valse un totale di soli 115 punti, contro i 598 del primo in classifica, Nicola Caputo (Pd). L’ex segretario della Cgil già sindaco di Bologna che, a causa di un infortunio, da luglio a oggi ha partecipato a circa la metà delle plenarie di Bruxelles, si è però occupato del voto maggiorato. Cofferati, per conto della commissione Giuridica dell’Europarlamento, è infatti il relatore della bozza di emendamenti alla proposta della Commissione di revisione della direttiva comunitaria numero 36 del 2007 che era stata concepita, al contrario, per rafforzare la posizione dei soci di minoranza delle aziende quotate.

Nel documento, datato 19 dicembre 2014, si legge che “l’azionariato di breve termine è uno dei principali ostacoli ad un adeguato impegno degli azionisti e ad una loro maggiore attenzione alle performance di lungo termine oltre che alla sostenibilità delle società oggetto dell’investimento. E’ perciò appropriato che gli Stati membri mettano in campo adeguati meccanismi di incoraggiamento dell’azionariato di lungo termine”. Da qui la proposta di inserire un comma che preveda la definizione, da parte degli Stati membri, della durata di quello che possa essere qualificato come periodo di lungo termine che “non dovrà essere inferiore ai due anni”. Mentre il meccanismo di incentivazione “dovrà includere uno o più dei seguenti vantaggi per gli investitori di lungo termine: diritti di voto aggiuntivi; incentivi fiscali; dividendi speciali o loyalty shares (cioè azioni che garantiscono un diritto di voto maggiorato, in pratica una ripetizione del primo punto, ndr)”. Se lo chiede Bruxelles.

Sergio Cofferati dopo la pubblicazione dell’articolo spiega:
L’emendamento dà corso alla direttiva sugli azionisti ed è molto contestato. La destra non lo vuole e farà di tutto per ostacolarlo. E’ una novità importante, invece. Oggi nel mercato azionario prevale l’idea del ritorno a breve dell’investimento, le golden share e i bonus premiano i supermanager e la forbice fra comanda e chi lavora si allarga, incentivando comportamenti rivolti all’interesse personale. Io credo al valore sociale dell’impresa e coinvolgendo maggiormente gli azionisti (ossia impedendo il meccanismo dell’entrata-uscita dalla compagine azionaria ndr) e anche i lavoratori sulle materie di interesse generale, si arriverebbe ad un nuovo modello di governance dell’impresa. Un orientamento fortemente ostacolato dalla finanza speculativa, a danno della produttività e dell’efficienza delle imprese.

Risponde il direttore Peter Gomez
Secondo noi c’è però un particolare che non torna: i diritti di voto aggiuntivi finiscono per favorire chi controlla le aziende essendo proprietario di poche azioni. E in Italia finirebbe così per dare una mano a quelli che una volta si chiamavano i salotti buoni.

Aggiornato da Redazione Web alle 19.50 del 31 gennaio 2015