Era così verde, il verde, a Cuba. Ed era così forte il vento quando Tomas Milian se la lasciò alle spalle per andare lontano. All’epoca la gente dell’isola, dice l’attore a quasi ottantadue anni “inseguiva l’osso” come una muta di cani e di identico ad allora, è rimasta solo la vecchia palma di casa Milian. Quella cresciuta all’ombra del portone. Quella “senza spazio”. Costretta, compressa e nonostante tutto viva, esattamente come ‘Tomì’. Appoggiandosi al bastone e alla memoria, neanche fosse un personaggio di Laurent Cantet, il commissario Nico Giraldi è tornato a L’Avana. Al mare, ai cornicioni sbreccati, alla musica, alla nostalgia. L’aveva abbandonata alla fine degli anni ’50 e l’ha rivista grazie al regista pugliese Giuseppe Sansonna, esegeta di Carmelo Bene e del pallone eretico (suo il magnifico Zemanlandia), autore di un documentario originale e brutalmente sincero in cui come da titolo, “L’Amleto cubano” ripercorre il rapporto di Milian con le origini.

Il padre, generale del regime di Machado, suicida di fronte ai suoi occhi nell’ultimo giorno del 1945 quando Tomas ha solo dodici anni e già molte cinghiate sulla schiena: “Il vecchio era un animale, ma quel colpo di pistola me lo porto ancora dentro”. E poi la zia mecenate, la partenza per gli States, la gavetta, il mestiere interpretato generosamente. Senza pudore o sensi di colpa. Senza rinnegare nulla.

Dietro l’angolo c’erano Visconti o Spielberg e a ondate diseguali, in una carriera lunghissima – non si vive di sola arte – anche il contratto giusto: “Perché ho sempre avuto il cuore a sinistra e il portafogli a destra. E quando la tasca è vuota, il cuore piange. Avrei potuto girare solo film di stampo intellettuale. Essere un marito che osserva la moglie mentre la goccia, in un eterno piano sequenza, cade dal rubinetto. Ma non volevo fare a me stesso e agli altri due palle così. Desideravo portare sullo schermo l’uomo comune, fare incursioni nelle narrazioni spudoratamente commerciali, farmi amare al di là delle messe in scena cervellotiche”. La barba bianca, il basco sempre in testa, i vicoli di Cuba in cui Milian balla al ritmo dei tristi tropici e le confessioni in camera.

“Sono sempre stato un rompicoglioni” dice Tomas e quando Sansonna gli fa notare che con il tempo si è addolcito, il figlio di Lola, si ricorda di essere stato a sua volte un padre dell’improvvisazione e della risposta sapida: “Se sono diventato un fiore è solo perché ho piantato troppe grane in precedenza”. Il tono è crepuscolare. Quasi testamentario. Non ci sono filtri tra azione, pensiero e poesia. Nel flusso catartico, Milian si libera dei debiti, dei crediti, delle ascendenze. Ripercorrere la strade del passato ammette: “È come guardarsi allo specchio”. E nello specchio, accade a chiunque, si riflettono soprattutto le immagini di ieri. Tra essere e non essere, l’Amleto cubano ha scelto di non crescere: “Non ho mai saputo essere bambino e non ho mai capito cosa volesse dire essere uomo. Dodici anni avevo e a all’età di dodici anni sono rimasto. Credo ancora che gli asini volino e ho trasformato la fantasia del cinema nella mia realtà quotidiana”.

Il sogno ad occhi aperti di Tomas, prese il largo in un cinema di Cuba: “Proiettavano La Valle dell’Eden, vedevo James Dean e mi identificavo nella sua storia di figlio incompreso. Mi informai e seppi che aveva frequentato l’Actors Studio. Andai da mia zia Carmita, una borghese illuminata e una donna intelligente e le confidai le mie aspirazioni. In famiglia parlare di recitazione equivaleva a bestemmiare. L’attore era considerato un poco di buono, un maricòn, un frocetto. Mia zia però capì e prima di aiutarmi economicamente, mi avvertì: ‘Che sogni davvero Tomì? Vuoi fare la vita del playboy che si alza di pomeriggio e stravizia fino all’alba? Che film noioso sarebbe, figlio mio. Se vuoi fare veramente l’attore devi affrontare tutte le esperienze dell’uomo comune. Devi sporcarti le mani per mantenerti e sentire sulla pelle quanto ferisca il compromesso’”. E Tomas Milian, sozzò le dita sue senza moralismi né reti di protezione: Ho fatto qualunque lavoro, prostituzione compresa. Ero bisessuale, una specie di marchettaro. Una notte di qua e l’altra di là. Un divano, un piatto di patatine e io andavo senza chiedere perché”. Bussò anche alla porta dell’Actors Studio e il principio non fu consolante: “Mi guardarono come un selvaggio: ‘Cosa vuole questo tipo che è appena sceso dall’albero con il cocco in mano e vuole entrare nel tempio della recitazione?’”. Invece lo presero. Nei giorni di Natale del ’57. E Milian non si fermò più.

Sansonna gli fa rivedere una scena di Tepepa. Milian parla di rivoluzione senza l’enfasi del film. Ha conservato ironia. Sguardo lucido. Invidiabile capacità di descriversi: “Avrei voluto essere rivoluzionario, ma sono stato più furbo. Non sono finito in carcere e la mia rivoluzione l’ho fatta al cinema”. L’autoscatto, mentre i bambini giocano al sole di Cuba, è un raggio onesto. “Eccomi, sono un uomo pieno di sentimenti, dentro di me si agitano il ladro, il bandito, l’avanzo di galera, l’uomo che ama, l’uomo che odia, l’uomo che rimane indifferente. Ho un archivio infinito. Recitare mi ha insegnato questo. Non si è mai soltanto una cosa. Per scegliere cosa essere, mi basta aprire lo scaffale dei sentimenti, cercare il fascicolo adatto alla parte, dimenticare il prima e il dopo”.

Ne L’Amleto cubano (prodotto anche grazie all’apporto decisivo della Ixco, di Pietro De Martin, di Enzo Sallustro di Rai Movie, atteso adesso da molti Festival) Sansonna segue Milian mentre si stende sugli scogli, bordeggia i cimiteri o scruta l’orizzonte di una stanza d’albergo. Dall’alto l’Avana è una città diversa da quella che si incontra nelle cartoline. E Tomas un uomo nuovo. Una bella faccia. Una persona che non ha paura di piangere. Di ridere. Di mostrarsi libero e senza catene. Con il vento in faccia e le stagioni in valigia, senza più dubbi amletici, dilemmi irrisolvibili o passaporti ingialliti da perenne apolide senza una patria certa.

Tomas Milian nasce a L’Avana (Cuba) il 3 marzo 1933 da Lola e Tomás, generale del regime di Gerardo Machado. Nel 1957 si trasferisce negli Stati Uniti dove comincia una carriera inarrestabile fatta di cinema, teatro, televisione e musica. Negli anni ‘70 arriva il grande successo con i film polizieschi all’italiana, stroncati dalla critica dell’epoca e oggi diventati dei cult movie.

Il Fatto Quotidiano, Lunedì 12 gennaio 2015