Durante la notte del 13 gennaio 2012 all’isola del Giglio non è solo affondata la Costa Concordia, naufragio per il quale la procura di Grosseto ha chiesto 26 anni e 3 mesi per l’unico imputato Francesco Schettino, ma sono colati a picco 65 anni di storia di Costa Crociere, anche se solo oggi la fine dell’italianità della compagnia di navigazione ha assunto contorni più netti. L’annuncio che mercoledì 28 gennaio il ceo di Costa Crociere Michael Thamm dovrebbe fare in videoconferenza ai 18mila dipendenti della compagnia (un migliaio nell’headquarter genovese di piazza Piccapietra, gli altri dislocati sui sette mari a bordo delle 15 navi, compresa l’ammiraglia Diadema inaugurata a novembre) sarà solo apparentemente quello di un semplice trasferimento di poche persone, un centinaio su mille, dalla sede di Genova agli uffici di Amburgo di una nuova società ad hoc creata da Carnival Plc, la grande holding americana delle crociere a cui Costa appartiene dal 1997: in realtà segnerà la fine di un’era, mettendo il sigillo finale a due anni e mezzo di vampirizzazione tedesca di un’azienda simbolo del made in Italy. Fondata nel 1947 come Costa Armatori da Angelo Costa, ricchissimo erede di un impero industriale genovese, Costa Crociere fu la prima compagnia di navigazione al mondo a offrire un servizio crocieristico da svago, e, operando su mercati globali in posizioni di leadership, ha fatto dell’italianità la propria brand equity, ma dopo la notte del Giglio è iniziato il takeover germanico sull’azienda: appena 5 mesi dopo il naufragio della Concordia, infatti, il gran capo di Carnival Micky Arison spedì sulla plancia di comando di Costa il tedesco Thamm, fino ad allora presidente della cugina povera di Costa, la teutonica Aida Cruises, operativa solo sul mercato locale con personale di bordo monolingue tedesco.

Due anni e mezzo dopo, Thamm ufficializza la riorganizzazione aziendale con annesso spostamento sull’estuario dell’Elba di 100 dipendenti della sede genovese, che saranno assunti dalla nuova società con sede ad Amburgo, mentre Costa manterrà sede legale in Italia e continuerà a battere bandiera tricolore. Oltre alla perdita di posti il lavoro (non tutti potranno sradicare le famiglie per trasferirsi dal sole mediterraneo alla Germania settentrionale) l’effetto più grave dell’operazione è che a lasciare l’Italia sarà l’anima di Costa: infatti il progetto caparbiamente perseguito e compiuto da Thamm su mandato di Carnival nei suoi due anni e mezzo di regno a Genova è stato quello di creare in Germania un’unica testa per tutte le compagnie europee della holding americana: oltre alla società italiana, la tedesca Aida Cruises, l’inglese P&O Cruises e la spagnola Ibero Cruceros. Si svela così la vera mission data a Thamm da Arison nel 2012, dopo la tragedia della Concordia:  il tedesco fu infatti mandato a Genova per sostituire dopo 15 anni il vecchio ad di Costa Pier Luigi Foschi, paladino dell’identità storica della società di navigazione italiana. Con quel cambio al vertice, Carnival ruppe il tacito patto stipulato con la politica locale quando acquisì Costa nel 1997: mantenere a Genova la sede aziendale e i posti di lavoro senza attentare all’italianità e parziale autonomia gestionale del brand. Una concessione fatta, a quel tempo, anche perché Claudio Burlando, attuale governatore ligure ma all’epoca ministro dei trasporti e della navigazione, pur di scongiurare il pericolo di un trasferimento da Genova del quartier generale della società, aveva modificato in senso favorevole il regime fiscale delle compagnie da crociera; ma anche una scelta vantaggiosa per gli americani, che per 15 anni hanno sfruttato l’appeal di uno storico brand del made in Italy in un mercato rivolto al target dei turisti internazionali.

Con l’arrivo a Genova del presidente di Aida tutto ciò è finito e si è innescato un terremoto se possibile peggiore di quello del Giglio: Thamm ha subito smantellato l’azienda di Foschi, liquidando immediatamente un’istituzione del mondo crocieristico come il direttore generale Gianni Onorato, presto accolto in Msc da Aponte, e si è circondato di un management debole e fedele, per poi partire con la vera colonizzazione teutonica, pescando a piene mani, per coprire ruoli chiave dell’azienda italiana, nel management di Aida, che dopo il Giglio ha smesso di essere la sorellastra di Costa in termini di prestigio e fatturato, acquistando peso grazie al pesante passivo della compagnia genovese. Thamm è persino riuscito a inventarsi la Costa Crociere Foundation e a mettervi a capo la propria compagna Sarah Kowalzik, che a Natale ha chiesto a tutti i principali partner Costa una generosa donazione. Lo scorso autunno lo showdown: sono iniziate a circolare le voci su Amburgo, non smentite, lasciate circolare per mesi, e alla fine è arrivata la conferma. Il destino sembra segnato: dopo la prima avanguardia dei 100, si prevede in trasferimento ad Amburgo di altre 400-500 persone. E Costa resterà solo una C gialla sui fumaioli delle navi, un fascinoso marchio, uno dei tanti gusci vuoti dell’italianità.

di Arsenio Maltese