Gli esempi letterari che la vicenda della nuova legge elettorale richiama sono molteplici; parafrasando si potrebbero assimilare i partiti e partitelli di centrodestra ai “capponi di Renzi” che mentre vengono portati al macello si beccano tra loro come quelli di Renzo nei Promessi sposi, ma l’immagine che più mi sembra attinente è quella dei topi che seguono incantati il pifferaio di Hamelin che li porta ad annegare nel fiume.

Il pifferaio in questione veste i panni di Renzi, il quale sembra essere riuscito a convincere i vari Berlusconi, Alfano, Casini, che la musica che sta suonando sia una piacevole melodia, così ottenendo l’indispensabile appoggio parlamentare che gli occorre per varare una legge che, salvo sconvolgimenti, gli darà a breve il controllo totale della Camera, con un Senato esautorato e per precauzione farcito di rappresentanti locali che storicamente sono in prevalenza di centrosinistra piuttosto che di centrodestra.

Sondaggi alla mano, il premio di maggioranza alla lista, che Renzi ha convinto Berlusconi ad accettare, dice che il gap di voti da colmare da parte del maggior partito di centrodestra (Forza Italia) nei confronti del Pd renziano per poter aspirare al premio di maggioranza è di almeno 15 punti percentuali e la soglia di sbarramento al 3%, che anch’essa Renzi ha fatto ingoiare a Berlusconi, è un’ancora di salvezza per i movimenti(ni) che possono avere ragionevolmente garantite le poltroncine parlamentari senza bisogno di confluire in organizzazioni più robuste.

Il cospicuo numero di capilista bloccati (100), che è stata la chiave del “cuore” di Berlusconi, consente inoltre a Renzi, che può agevolmente controllarne i nomi da segretario del Pd, di assicurarsi una prossima Camera fedelissima e quindi il voto che gli si deve dare in termini politici, per la sua attività di pifferaio magico è dieci e lode.

Incomprensibili, invece, restano le motivazioni del centrodestra, al di là delle ragioni di bottega: da un lato il mantenuto controllo sui nominativi degli eletti (anche se pochi e in calo costante), dall’altro la sopravvivenza di entità marginali e con poca o nessuna possibilità di crescere significativamente; bassa politica di retroguardia o, peggio, da esercito in rotta che cerca di limitare i danni e di salvare la pelle.

Tutto lascia pensare che nessuno in questo schieramento abbia alcuna intenzione di lavorare con serietà alla costruzione di un soggetto politico con vocazione maggioritaria, con chiare idee di governo né populiste né massimaliste né tantomeno clientelari, che aspiri a governare o ciclicamente a fare un’opposizione costruttiva ed efficace, che non si frammenti al primo soffio di vento per le ambizioni personali di qualche piccolo politicante o per gli interessi di qualche altro o per la dipendenza da corporazioni e lobby; in poche parole in un partito solido e radicato.

Certo, sembra utopistico pensare che una struttura di questo genere possa essere realizzata da chi ha dato pessima prova di sé in un ventennio, non riuscendo a varare riforme indispensabili neppure quando ha avuto maggioranze parlamentari schiaccianti, mostrando i muscoli con accenti sopra le righe e denotando un’incapacità comunicativa fuori dal comune. Né sembra probabile che chi pare preoccupato primariamente della propria sopravvivenza elettorale abbia la lucidità politica di chiamarsi fuori e favorire un programma di ricambio generazionale.

Così stando le cose ha buon gioco il nostro “pifferaio” che facendo leva sulle divisioni e sulle aspirazioni di basso profilo della sua controparte la guida con maestria verso il fiume dove annegherà; politicamente parlando, s’intende.

Incidentalmente, questo gli consegnerà il governo del Paese senza neppure la scomoda presenza di un’opposizione numericamente consistente, compatta e credibile come alternativa; esattamente il contrario di quanto comunemente serve per garantire un processo legislativo ed esecutivo bilanciati.

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