Si apre un nuovo capitolo nelle difficili relazioni tra lo Stato di Israele e l’Autorità nazionale palestinese. La procuratore capo della Corte penale internazionale dell’Aja, Fatou Bensouda, ha reso noto di aver avviato un’indagine preliminare su possibili crimini di guerra commessi nei Territori palestinesi tanto da Israele quanto da fazioni palestinesi. Bensouda in una nota ha reso noto che condurrà l’esame in “piena indipendenza e con imparzialità“. L’inchiesta, che sarà “indipendente”, riguarderà anche il conflitto di questa estate tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza. “Un esame preliminare non equivale a un’indagine, ma si tratta di esaminare le informazioni a disposizione in modo da poter essere pienamente informati e valutare se ci sia una base ragionevole per procedere con un’indagine”, hanno precisato, poi, fonti della corte.

Una decisione “scandalosa”, è stato il commento del ministro degli esteri israeliano Avigdor Lieberman. “La stessa Corte – ha detto – che non ha trovato motivo di intervenire in Siria dove ci sono stati più di 200.000 morti, o in Libia o in altri posti, trova appropriato ‘esaminare’ il più morale esercito del mondo in una decisione basata interamente su considerazioni anti israeliane”.

L’annuncio segue di pochi giorni l’ammissione della Palestina nella Corte Penale. L’ufficialità erà arrivata il 7 gennaio: dal 1° aprile la Palestina diventerà a tutti gli effetti un membro della Cpi. Il presidente palestinese Abu Mazen ne ha ricevuto la conferma dallo stesso segretario generale dell’Onu Ban ki-moon, secondo cui tutti i documenti necessari (a partire dall’adesione al Trattato di Roma) sono stati presentati “in forma corretta” e controfirmati. Partecipando a Betlemme alle celebrazioni del Natale della Chiesa ortodossa, Abu Mazen ha chiarito che non si lascerà intimidire dalle pressioni. Malgrado il congelamento da parte di Israele di dazi doganali per 100 milioni di euro dovuti all’Autorità nazionale palestinese e malgrado le minacce degli Usa di “riesaminare” gli aiuti annuali di Washington ai palestinesi (oggi pari a 440 milioni di dollari), il presidente palestinese si è detto determinato e perseverare lungo la strada che si è adesso prefissato.

A fine dicembre l’Olp si era rivolta con la Giordania al Consiglio di sicurezza con una mozione (respinta di misura) in cui si indicava una scadenza per la fine della occupazione israeliana poiché, ha spiegato Abu Mazen, i palestinesi non intravvedono più alcuna soluzione diplomatica con Israele e con il governo di Benyamin Netanyahu e al tempo stesso – ha sottolineato – ripudiano “il ricorso alla violenza”. Determinati d’altronde a difendere i propri diritti nazionali, ha continuato ad argomentare Abu Mazen, i palestinesi si sono sentiti quindi obbligati a rivolgersi alla comunità internazionale: ossia al Consiglio di sicurezza dell’Onu prima, e alla Cpi poi. L’agenzia Wafa sottolinea che l’Anp ha riconosciuto formalmente la giurisdizione della Cpi “per investigare i presunti crimini commessi durante l’aggressione israeliana alla Striscia di Gaza nella estate 2014”. L’Anp accetta quella giurisdizione, precisa Wafa, “a partire dal 13 giugno 2014”.

In Israele qualcuno ha notato che mentre il conflitto fra Hamas ed Israele è iniziato solo a luglio, la data del 13 giugno appare significativa: perchè il 12 giugno tre ragazzi ebrei furono rapiti in Cisgiordania e subito uccisi dai loro sequestratori. Il ‘cervello’ dell’operazione, indicato come un elemento di Hamas, è stato condannato a 75 anni di carcere da un tribunale militare israeliano. Il giorno successivo al rapimento, il 13 giugno appunto, iniziarono in Cisgiordania vaste retate di militanti e presunti fiancheggiatori di Hamas. E la Wafa denuncia che in quella circostanza “furono arrestati centinaia di palestinesi, inclusi donne e bambini”, sostenendo anche che vi siano state accuse di ”abusi sessuali” contro minorenni di Gerusalemme est.

L’Anp affila dunque le armi in vista dei futuri confronti alla Corte dell’Aja. Nei giorni scorsi il premier Netanyahu, da parte sua, ha già anticipato che il congelamento dei dazi doganali è solo la prima delle possibili ritorsioni israeliane. Sono i palestinesi stessi, ha esclamato, ad essersi macchiati di crimini di guerra. Ma sullo stop ai dazi è stato subito criticato dal Capo dello Stato, Reuven Rivlin, uomo proveniente dai ranghi del suo stesso partito (il Likud, destra). Quel provvedimento, secondo Rivlin, contrasta infatti anche con l’interesse d’Israele.