In Liguria è tramontato il sogno del “cinese” di riproporsi come leader della sinistra Pd che non si arrende. Dato per favorito, s’è visto superato dalla giovane (badate bene che farà molta strada) candidata Paita, votata da orde di “connazionali” di Sergio, immigrati dal paese della grande muraglia e che gli hanno voltato le spalle.

Scherzi a parte, ma non troppo, l’analisi impietosa della disfatta di Cofferati, mostra che contro le armate renziane fatte da una congerie di elettori di tutte le risme, di destra soprattutto, di sinistra qualcuno, migranti, capitani di ventura e lanzichenecchi, integrati, nuovi affluenti, gente rock ecc. sta seppellendo le ultime difese di quel che fu un tempo il cosiddetto “partitone”.

Il Pd resta un’icona per il resistente Eugenio Scalfari ma si è ormai definitivamente trasformato: Ilvo Diamanti – il sempre bravo analista del lunedì di Repubblica ed ora analista anche di Ballarò gestione Giannini – ha certificato, se non ce ne fossimo accorti, la nascita del Pdr, partito di Renzi, partito-nazione, soprattutto partito che ha come Ceo (scusate l’inglesismo) l’immarcescibile Silvio Berlusconi.

Passando a considerare i dati di queste primarie osserviamo che la Liguria è una regione di 1.583.628 abitanti, hanno partecipato al voto 42.814 (dato presente nel sito Pd Liguria), la maggioranza di questi cittadini ha scelto il candidato alle elezioni regionali Raffaella Paita. Gli iscritti a questo partito sono censiti in 12.542 (dati al 2012, fonte: bilancio sociale Pd nazionale; oggi, visto il forte calo, saranno anche meno). Vuol dire che 30.000 cittadini liguri, non iscritti al partito, forse elettori del Pd (anche se ci sono forti segnali che non lo siano tutti), hanno deciso chi dovesse essere il candidato del partito alle regionali: in questo modo la volontà degli elettori iscritti ha avuto un peso equivalente a meno del 25% sulla scelta, quindi ampiamente minoritario.

Prosegue in questo modo lo svuotamento di significato della funzione dei partiti come rappresentanti dell’elettorato, in quanto non sono più essi a scegliere responsabilmente la propria classe dirigente, bensì un universo minoritario e indistinto di elettori.

I partiti pur svuotati di ogni ruolo effettivo, conservano altresì la potestà pressoché esclusiva del potere, senza nessun procedimento di responsabilità e di controllo reale, cosicché il prescelto, in questo caso la Paita, potrà esercitare il suo mandato senza alcuna forma di controllo da parte del proprio partito al quale non dovrà rendere conto in quanto non scelto da esso.

Se poi, come è del tutto presumibile, proseguirà l’astensionismo di massa, come nelle elezioni in Emilia Romagna dove ha votato il 38% degli aventi diritto, vuol dire che non c’è più nessun rapporto di responsabilità tra chi esercita il potere e la propria istituzione di riferimento, non essendo più il Consiglio regionale rappresentativo dell’elettorato.

In questo modo si determina lo “svuotamento” delle nostre istituzioni, alla fine del quale, di fatto ci troveremo in sistema istituzionale non elettivo, di fatto autoritario, perché governato da persone non scelte con un sistema né politicamente e nemmeno elettoralmente verificabile e giustificabile.

Ci si domanda come possano i residui di quella che fu comunque un tempo una sinistra, adattarsi a tale condizione, convivere con questo strisciante ma evidente colpo di stato che li vede, sempre più ai margini, cibarsi degli avanzi, sempre più avari, concessi a temine dai padroni delle istituzioni?

Un consiglio allora: se proprio volete diventare competitivi, prendete a esempio il vecchio sistema di Achille Lauro, popolarissimo sindaco monarchico e fascista di Napoli: lui dava una scarpa al capofamiglia prima delle elezioni, poi – dopo il risultato positivo ed un attento controllo dei voti – dava la seconda scarpa, o anche il famoso pacco di pasta che allora era comunque ambito nella misera Napoli. D’altro canto, con questa crisi, gli italiani si adatteranno rapidamente al sistema.

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