Il vitalizio gliel’hanno tagliato del 10%. Troppo per la casta degli ex consiglieri regionali della Lombardia. Il più classico dei privilegi che i politici si sono attribuiti da sé non va messo in discussione, neppure di un centesimo. Così ben 54 degli oltre 200 beneficiari del gruzzolo garantito hanno già presentato ricorso al Tar. E tra di loro c’è pure chi con la giustizia ha già avuto a che fare, e non con quella amministrativa. Come l’ex assessore Domenico Zambetti, a processo per voto di scambio nell’inchiesta sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta in Regione, che nel 2013 s’è preso dal Pirellone 34.082 euro lordi. O come il ciellino Antonio Simone, il vecchio amico di Roberto Formigoni rimasto coinvolto in Mani Pulite e più di recente nelle inchieste sugli scandali della sanità. Guai a toccargli i suoi 59.154 euro annui. Una convinzione unisce tutti, al di là che siano di destra, centro o sinistra: i diritti acquisiti sono sacrosanti, di metterli in discussione nemmeno a parlarne.

Il ricorso mette in dubbio la costituzionalità della legge regionale che a settembre ha ridotto i vitalizi in media del 10% fino al 2018, ha alzato l’età necessaria per iniziare a beneficiarne da 60 a 66 anni e ha previsto un divieto di cumulo con stipendi per incarichi pubblici. Le argomentazioni proposte al Tar dai 54 ex consiglieri, secondo quanto comunicato dall’ufficio legale alla presidenza del consiglio regionale, sono incentrate “sulla individuazione di profili di illegittimità costituzionale delle norme di legge regionale su cui è basata la riduzione dei vitalizi. Viene lamentata la violazione del principio di intangibilità dei diritti acquisiti (nel caso di specie: il diritto acquisito dai ricorrenti alla percezione dell’assegno nella misura piena determinata secondo la normativa di riferimento)”.

Fa niente se la legge regionale si è resa necessaria, in un periodo di crisi e tagli, per ridurre il peso del privilegio sulle casse pubbliche da circa 7,4 milioni di euro all’anno a 6,9 milioni. Fa niente se il Pirellone ha già speso in tutto più di quattro volte i contributi versati dai consiglieri quando erano in carica. E fa niente se alcuni dei ricorrenti sono anche ex parlamentari, altra carica che non lesina certo privilegi e vitalizi: solo per fare qualche esempio, l’ex leader sessantottino Mario Capanna (37.919 euro lordi nel 2013), l’ex ras della sanità pavese Gian Carlo Abelli (43.001 euro), l’ex deputato del Pci ed ex europarlamentare Giovanni Cervetti (28.697 euro).

La lista di chi ha presentato ricorso è lunga. Non vuole che vengano ridotti i suoi 46.641 euro incassati nel 2013 Alessandro Patelli, l’ex tesoriere della Lega arrestato nel 2002 per una mazzetta da 200 milioni di lire saltata fuori nell’inchiesta Enimont. E ancora: il cognato di Formigoni Giulio Boscagli (33.786 euro), anche lui coinvolto in un’inchiesta dell’era del Celeste, l’attuale assessore alla Casa del comune di Milano Daniela Benelli (50.054 euro), il consigliere a Palazzo Marino Roberto Biscardini (65.979 euro), l’ex sindaco di Milano Giampiero Borghini (70.783 euro), l’ex assessore provinciale Maria Chiara Bisogni (25.279 euro), l’ex assessore regionale socialista Michele Colucci (47.829 euro), l’ex governatore democristiano Giuseppe Giovenzana (39.219 euro), l’ex vicepresidente del consiglio regionale del Pdl Carlo Saffiotti (38.393 euro), uno dei 64 per cui la procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio per le spese pazze dei gruppi consiliari.

Il ricorso, in ogni caso, non è arrivato inaspettato: era stato annunciato dall’associazione dei furono inquilini del Pirellone, presieduta dall’ex vicesindaco di Milano Luigi Corbani (per lui 34.127 euro lordi nel 2013). A oggi gli ex consiglieri che percepiscono il vitalizio sono più di 220, a cui si aggiungono una cinquantina di coniugi superstiti con assegno di reversibilità e una quarantina di nuovi fortunati. Anche loro in procinto di maturare tutti i requisiti necessari per battere cassa.

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