Ancora non è arrivata in Parlamento, e la legge che vuole legalizzare l’aborto terapeutico in Cile ha già mietuto una vittima illustre: la ministra della Salute, Helia Molina, per aver dichiarato, in un’intervista al quotidiano La Segunda, che in tutte le cliniche esclusive “molte famiglie conservatrici hanno fatto abortire le loro figlie. Le persone ricche non hanno bisogno delle leggi perché hanno i soldi”. Parole che hanno sollevato un polverone, costringendola a rassegnare nel giro di poche ore le proprie dimissioni, e precisare che le sue dichiarazioni erano a titolo personale.

Il Cile, insieme a Salvador, Honduras, Repubblica Dominicana e Nicaragua, è uno dei sei paesi al mondo dove l’aborto è completamente vietato. Non sempre ha avuto una legislazione così restrittiva: dal 1931 al 1989 l’aborto terapeutico era consentito, fino a quando Augusto Pinochet, sei mesi prima della fine la sua dittatura, lo ha proibito. Un divieto che si è profondamente radicato in questi 25 anni nella società cilena, nonostante ogni anno ci siano, a seconda delle stime, tra i 70mila e 140mila aborti clandestini. L’obiettivo della presidente Michelle Bachelet (nella foto), che ne ha fatto uno dei punti chiave della sua campagna elettorale, è di depenalizzarlo in tre casi, e cioè quando la gravidanza mette in pericolo la vita della madre, se il feto presenta malformazioni incompatibili con la vita e se la madre è rimasta incinta in seguito ad uno stupro. Dopo i primi mesi di governo però, il progetto di legge si è arenato nella discussione, anche per via della forte opposizione di gruppi conservatori, del partito di estrema destra Udi e della Chiesa cattolica.

Ma verso la metà del mese di gennaio, come aveva annunciato la ormai ex ministra, il progetto dovrebbe essere presentato e discusso al Parlamento, anche se in una formula più “ammorbidita”, in cui vengono elencati con maggior dettaglio i casi in cui le condizioni del feto sono considerate incompatibili con la vita e quando la gestazione mette in pericolo la vita della madre. L’interruzione della gravidanza dovrebbe avvenire prima della dodicesima settimana. “La maggior parte delle persone in Cile – ha spiegato Molina – pensa che in determinate e specifiche situazioni la depenalizzazione dell’aborto debba essere prevista dalla legge. Ci sono dei momenti in cui la donna deve poter decidere cosa vuole fare”. E se i gruppi conservatori antepongono il diritto alla vita rispetto a quello della madre di poter scegliere è perché “applicano due pesi e due misure – accusa Molina – visto che in tutte le cliniche private del Paese molte delle famiglie più conservatrici hanno fatto abortire le loro figlie”.

E a testimoniare quanto la ex ministro abbia toccato un nervo scoperto, ci sono le testimonianze degli operatori sanitari. Come Anita Román, presidente del Collegio delle ostetriche, che intervistata dal quotidiano La Tercera ha rivelato che “in media arriva in ospedale una donna al giorno con i segni di aborto. Vengono ricoverate e le si salva dal pericolo di morire. Nessuna di loro ci dice di essersi procurata un aborto”. Mentre Paula, ostetrica in una delle cliniche più esclusive di Santiago, conferma al quotidiano El Mostrador che “la possibilità di abortire in modo sicuro è sempre stata alla portata solo di chi ha più soldi – spiega – Fino ad alcuni fa era più facile abortire nelle cliniche. Quello che si vede oggi con più frequenza sono raschiamenti in seguito all’uso del misotrol”, farmaco usato per l’ulcera gastrica acquistato su internet o sul mercato nero. Nelle zone rurali o in caso di donne meno istruite continuano a essere usati metodi mortali, come le sonde o i gambi di prezzemolo, introdotti nel collo dell’utero. Chi se lo può permettere, va in Argentina o Brasile, soprattutto nei casi in cui il feto abbia malformazioni incompatibili con la vita e la gravidanza sia avanzata e necessiti assistenza medica. E anche se il Governo ha assicurato che le dimissioni di Molina non fermeranno la discussione sul progetto di legge, è però vero che tutto ciò arriva in un momento critico per Michelle Bachelet, scesa pesantemente nel gradimento dei cittadini come dimostrano i sondaggi (38% di popolarità).