Con maniacale cura nel selezionare le parole più adatte, l’avvocato Franco Coppi fa un’annotazione al momento dei saluti: “Mi chiede se la polemica sul 3% per i reati fiscali e sul mio assistito Silvio Berlusconi c’entri con la partita per il Quirinale? E io le rispondo di sì, altrimenti perché Matteo Renzi promette che la pratica sarà rinviata a presidente eletto e dopo la fine dei servizi sociali a Cesano Boscone?”

Il professor Coppi inizia da lontano, cita Giulio Andreotti, un suo ex cliente: “Mi ripeteva che le notizie non vanno corrette o smentite, è dannoso. Ma io un ragionamento lo voglio fare”. E allora, avvocato, l’ormai famosa norma salva evasori e frodatori, avrebbe riabilitato il condannato Silvio Berlusconi? “Occorre valutare, forse sì, adesso non mi sembra più una questione attuale. E vi assicuro che non sono in disaccordo con Niccolò Ghedini (la considerava inutile per B.), difendiamo assieme Berlusconi, altrimenti sembriamo due cretini. E aggiungo che non ho mai incontrato il ministro Pier Carlo Padoan (riferimento a Dagospia). Quel che posso evidenziare è che il Tesoro e Palazzo Chigi non potevano non sapere l’esistenza del codice. E mi domando: perché ieri ritenevano giusta la legge e oggi è sbagliata? Colpa sempre di Berlusconi?”. Era smaccatamente un dono infiocchettato per il suo assistito, non tema però, Renzi dice che vuole aspettare l’elezione del capo dello Stato. “Questo è l’aspetto che mi preoccupa e comprendo chi lo solleva: il provvedimento appare legato alle trattative per il Quirinale, utilizzato come un messaggio mentre ci avviciniamo all’appuntamento per la successione di Giorgio Napolitano. È scorretto per i cittadini che potrebbero beneficiare della soglia del 3% e per il Berlusconi politico. Per fortuna, il problema non mi riguarda”.

Vertice ad Arcore di B. e la telefonata con Matteo. Il professor Coppi offre lo spunto per ricostruire una faccenda con tante comparse ancora ignote (chi ha modificato e valutato il decreto legislativo in materia fiscale e chi l’ha vergato?) e due insigni protagonisti: i contraenti del patto del Nazareno, l’anziano Silvio Berlusconi e il giovane Matteo Renzi. Per lo scafato Coppi, la mossa del giovane è servita a rassicurare l’anziano. Anche in villa San Martino di Arcore, l’apparizione e la scomparsa dell’articolo 19 bis, che conteneva la scappatoia per l’ex Cavaliere, sono fenomeni che vengono interpretati come un segnale per il capo di Forza Italia. Un po’ di riguardo, perché fa intendere che Renzi potrebbe ripristinare completamente l’attività politica dell’alleato del Nazareno. E un po’ sovviene la sensazione che il regalo natalizio, licenziato dal Cdm il 24 dicembre di vigilia, sia stato sfruttato per pressare Berlusconi in vista del Colle.

Non è soltanto una suggestione di Augusto Minzolini, ma un pensiero comune tra i dirigenti forzisti. L’ex Cavaliere, ieri pomeriggio, ha convocato i capigruppo di Camera (Renato Brunetta) e Senato (Paolo Romani), onnipresente il mai defilato Denis Verdini, per delineare le tattiche sul Quirinale e per imbracare un partito che cade a pezzi e ha rivelato, per l’occasione, di aver ricevuto una telefonata di Renzi proprio la sera del 24 dicembre, mentre il pacco di Palazzo Chigi era pronto per essere consegnato all’ex Cavaliere. Il pacco che avrebbe cancellato la sentenza Mediaset a quattro anni di reclusione e, soprattutto, gli effetti della legge Severino che lo rendono incandidabile per sei. Automatico supporre che Renzi, se non fosse davvero così distratto, abbia informato Berlusconi e che il colloquio non sia terminato solo con i tradizionali auguri di buon Natale.

Stavolta, l’ex Cavaliere non fa la vittima, non accusa l’inquilino di palazzo Chigi (che incontrerà a breve), quasi come se già fosse al corrente del canovaccio di questa vicenda, che l’ha prima improvvisamente liberato e poi immediatamente rinchiuso in gabbia. In sintesi: Berlusconi ha apprezzato lo sforzo di Renzi, e spera che in futuro sia più incisivo. Ovvio che debba inondare i suoi parlamentari con lo sfogo contro la sinistra che lo ricatta per il Quirinale, mescolando eventi politici a sventure private. E pure questo va registrato, incluso un flebile piano per sostenere Pier Ferdinando Casini al Colle. Per riconquistare l’agibilità politica, rabbonito da Ghedini, Berlusconi confida nella Corte di Strasburgo, che esaminerà il ricorso contro la Severino. E poi c’è l’amico di Firenze.

Il ruolo di Lotti e Verdini  e gli esecutori a Chigi. Nonostante la sospetta generosità che ha spinto Renzi ad assumersi la responsabilità del miracolo natalizio per Berlusconi, prosegue la finta caccia ai responsabili. Quelli materiali sono facili da individuare: l’ex vigilessa Antonella Manzione, che dirige l’ufficio legislativo di Palazzo Chigi, e i tecnici che l’assistono. Oltre all’ex sindaco di Firenze, i mandati sono della stessa zona. È indiscrezione diffusa che le conseguenze del decreto fossero comprese dai toscani Luca Lotti e Denis Verdini, il sottosegretario di Renzi e l’emissario di Berlusconi sono i custodi dell’accordo del Nazareno. Appena il trucco è stato scoperto, però, è montata (l’artificiosa) armonia tra il Tesoro di Padoan a Palazzo Chigi. L’articolo 19 bis, imbarcato dal Consiglio dei ministri senza che fosse notato, ora se lo ricordano in Via XX Settembre: “Impianto condiviso, effetti sconosciuti”. Non conviene allargare la distanza tra l’Economia e Palazzo Chigi, non alle pendici di un mese che sarà una scalata. L’agenda non lo permette.

Il faccia a faccia con i deputati e i senatori. L’esordio per Renzi è un esame con i parlamentari democratici, domani. L’ordine: timbrare l’Italicum a Palazzo Madama e la riforma costituzionale a Montecitorio. E poi, in coincidenza, tocca al Quirinale. Gli schieramenti sono i soliti: Lotti a sinistra, Verdini a destra, i franchi tiratori al centro, ovunque. Questi sono giorni da elenchi fatti e rifatti, mediazioni per raccattare i grandi elettori. Renzi ne dispone circa 450, e molti li perderà. Berlusconi non dà cifre esatte. Quelli di Forza Italia sono 150, così recitano le carte, le somme algebriche, senza contare le truppe di Raffaele Fitto. Ecco perché, prima di affrontare il Colle, occorre che Silvio&Matteo siano affiatati. La pendenza per l’ambita residenza va oltre il 3% dell’evasione fiscale.

da il Fatto Quotidiano del 6 gennaio 2015