Un maiale intento a grufolare fra i sacchetti della spazzatura a Certosa, periferia occidentale di Genova: è la scena immortalata in alcune foto pubblicate su giornali e social network nelle prime ore del 2015. Pessima pubblicità per una città che faticosamente sta rialzando la testa dopo la tragedia dell’alluvione, ma soprattutto segnale di un vecchio problema mai risolto. Quello della “rumenta”, come chiamano la spazzatura i genovesi, è un antico nervo scoperto. Ma la questione si è aggravata durante le scorse feste natalizie: i sacchi di spazzatura sono stati abbandonati per le strade tra le proteste dei cittadini. Solo l’11 dicembre, era stata proprio l’azienda per i rifiuti Amiu a lanciare l’appello: “Tenete in casa i sacchi, siamo sommersi dalla richieste. Almeno quelli che non puzzano”. E alle furibonde telefonate ai giornali che denunciavano lo scandalo si era unito il governatore ligure, Claudio Burlando, accusando Amiu di disorganizzazione.

Ma la situazione rifiuti a Genova e provincia è preoccupante da alcuni mesi. La raccolta differenziata è ferma in città ad un misero 35 per cento, con l’obiettivo dichiarato dal piano regionale dei rifiuti di salire al 42 nel 2015 e al 50 nel 2016. Entro l’anno corrente la raccolta dell’organico dovrebbe essere estesa – dopo gli esercizi commerciali – anche a tutte le utenze domestiche. Ma il gap da colmare è enorme. Intanto l’unica discarica, sul monte di Scarpino, è chiusa dall’ottobre scorso, in attesa di radicali ristrutturazioni strutturali che dovrebbero essere realizzate nei prossimi mesi. Sugli appalti di Amiu indaga la magistratura che ha sollevato il velo su un presunto giro di gare truccate che ha portato in carcere, tra gli altri, Corrado Grondona, direttore degli affari legali di Amiu (già licenziato in tronco) accusato di aver favorito alcune ditte amiche (la EcoGe dei fratelli Mamone, la Edildue di Stefano e Daniele Raschellà, padre e figlio) e la Gungui di Claudio Deiana, in cambio di spassose serate con escort dell’Est procurate dagli imprenditori. Tre dirigenti di Amiu (fra cui Carlo Sacco, il direttore di Scarpino) sono indagati e il gip ha disposto la loro sospensione dalla rispettive cariche da 6 a 8 settimane.

Nel frattempo, i rifiuti prodotti a Genova e in alcuni comuni limitrofi (800 tonnellate al giorno) vengono indirizzati a varie discariche fuori Liguria. Naturalmente in cambio di denaro sonante che finirà per essere pagato dagli utenti genovesi. “Spendiamo centomila euro al giorno”, calcola il presidente di Amiu, Marco Castagna. Castagna ha però respinto le accuse. In sostanza nessun errore, né peccato di disorganizzazione, Amiu al contrario avrebbe affrontato al meglio, secondo il presidente, una situazione di emergenza che si è inserita in una condizione anormale (la discarica di Scarpino chiusa da mesi) ben nota a tutti. “La Regione Liguria”, ha detto Castagna a ilfattoquotidiano.it, “ci ha presentato solo il 22 dicembre l’accordo raggiunto con la Regione Piemonte per il conferimento dei rifiuti e lo ha confermato il 23. A noi è rimasto appena un giorno e mezzo per verificare l’effettiva disponibilità delle discariche indicate per accogliere i rifiuti genovesi. Le festività hanno bloccato tutto fino al 29 dicembre e anche volendo non avremmo potuto utilizzare le discariche fuori Liguria, tutte chiuse. Né i nostri camion avrebbero potuto viaggiare nei giorni di festa a causa delle limitazioni al traffico pesante”. Circa 200 tonnellate di rifiuti sono dunque rimasti “inevasi”, sfregiando strade e piazze cittadine. Per smaltirli rapidamente, sostiene Castagna, il 30 dicembre ci si è messi in contatto con la Cermec di Massa, che ha accettato di ricevere 100 tonnellate in più di rifiuti dalla Liguria.

Castagna punta il dito sui ritardi accumulati negli ultimi 5/6 anni. A parte la questione Scarpino, il nuovo piano industriale presentato da Amiu al Comune (azionista di riferimento) prevede investimenti per 100 milioni di euro nei prossimi tre anni. Indirizzati a quello che i tecnici definiscono “economia circolare”. Ossia i rifiuti non dovranno più rappresentare soltanto un costo ma trasformarsi in una risorsa, diventando materia prima. Castagna lo spiega così: “Il piano regionale dei rifiuti – che corrisponde alle indicazioni dell’Unione Europea – non prevede l’inceneritore. I rifiuti dunque dovranno anzitutto essere totalmente differenziati al momento della raccolta. La frazione organica dovrà essere conferita a biodigestori anaerobici che li trasformeranno in energia. Il secco sarà destinato ad impianti che estrarranno le diverse materie prime che potranno andare sul mercato ed essere vendute. In questo modo gli investimenti saranno ripagati e i costi in bolletta ridotti”.

foto dal profilo Twitter di Tiziana Oberti