La vicenda “Sony Leaks” si arricchisce di un nuovo capitolo. Secondo quanto dichiarato da un agente Fbi e da un membro della polizia di Los Angeles, le indagini sullattacco hacker che un mese fa ha portato alla divulgazione di email, film e documenti dell’azienda giapponese cambiano completamente direzione. L’Fbi e il governo degli Stati Uniti, infatti, si sono trovati costretti a effettuare una clamorosa marcia indietro, ritirando le accuse rivolte in un primo momento al regime nord-coreano. I sospetti ora si concentrano sul gruppo hacker LulzSec, già conosciuto per diverse azioni messe a segno negli anni scorsi e per la collaborazione con Anonymous in alcune campagne di hacking.

Per comprendere le dinamiche della vicenda Sony Leaks, però, è necessario ripercorrere gli avvenimenti degli ultimi 30 giorni. Tutto inizia alla fine di novembre con un attacco hacker ai sistemi di Sony Pictures Entertainment, che blocca le infrastrutture informatiche del colosso giapponese e porta alla pubblicazione sul web di materiale riservato. Su diversi siti Internet finiscono email compromettenti inviate dai manager dell’azienda, documenti sulle strategie aziendali, dati riguardanti le retribuzioni dei dipendenti e anche alcuni video di film targati Sony Pictures Entertainment che non sono ancora entrati nel circuito distributivo. L’azienda reagisce come può, cercando di bloccare la diffusione del materiale su Internet.

Partono le indagini di rito, che subiscono una svolta il 17 dicembre, quando su Internet compare un messaggio minaccioso riguardo l’imminente distribuzione di The Interview, un film satirico prodotto da Sony che tratta di un piano per assassinare il leader nord-coreano Kim Jong-un. L’autore del messaggio parla di “attentati in stile 11 settembre” nel caso in cui Sony non ritiri il film prima dell’uscita nelle sale. Tanto basta perché, nella stessa giornata, i portavoce del governo statunitense dichiarino che il governo nord-coreano sia coinvolto nell’attacco informatico ai danni di Sony. Una tesi che viene avvalorata due giorni dopo dai portavoce dell’Fbi, che confermano che la Corea del Nord è da considerarsi “chiaramente responsabile” dell’attacco a Sony avvenuto in novembre. The Interview diventa un caso diplomatico, sul quale interviene lo stesso Barack Obama. Alla fine il film viene distribuito su YouTube e nelle sale cinematografiche, in una sorta di sfida contro le minacce pervenute a Sony.

Arriviamo a ieri, 29 dicembre, quando un’azienda di sicurezza solleva qualche dubbio sulla ricostruzione fatta dalle autorità. Secondo un gruppo di analisti indipendenti, infatti, l’attacco ai sistemi informatici dell’azienda sarebbe verosimilmente opera di un ex-dipendente della multinazionale. La ricostruzione combacia con un articolo comparso due giorni prima su gotnews.com, in cui si puntano i riflettori su Lena2, uno pseudonimo dietro il quale si nasconderebbe un’ex-impiegata di Sony che si sarebbe licenziata nel marzo del 2014. Secondo la ricostruzione dei colleghi di gotnews.com, il possibile movente di Lena2 nel favorire l’attacco a Sony sarebbe legato a una disparità di retribuzione rispetto ai colleghi maschi.

Dalle parti dell’Fbi, però, si continua a preferire la teoria del complotto internazionale. Il 29 dicembre un portavoce del Bureau conferma che “il governo della Corea del Nord è responsabile del furto e della distruzione di dati presenti sulla rete di Sony Pictures Entertainment. L’attribuzione a Pyongyang è basata su informazioni raccolte dall’Fbi, dalle agenzie di intelligence statunitensi, dal Dipartimento per la Sicurezza Nazionale, da alleati stranieri e dal settore privato”.

Oggi, infine, la definitiva marcia indietro che reindirizza le indagini verso l’azione di un “normale” gruppo hacker, che avrebbe approfittato della collaborazione di un ex-dipendente Sony. Secondo quanto riportato sempre da gotnews.com, i sospetti si concentrerebbero su LulzSec, una crew conosciuta da tempo che sembrava essere stata smantellata nel 2012, quando l’Fbi aveva arrestato e “convinto” a collaborare il suo leader Hector Xavier Monsegur.