La carta Romano Prodi è lì, sul tavolo di Matteo Renzi, pronta a essere estratta dal mazzo nella corsa al Quirinale. Nel caso si rivelasse vincente, potrebbe aiutare il premier anche a rovesciarlo, il tavolo. Tecnicamente, a far saltare tutto, dal Patto del Nazareno alla legislatura, e arrivare al voto. Ed è questa la minaccia che adesso Renzi mette sul tavolo: un candidato gradito a molti pezzi del Pd, a Sel, e a parte dei Cinque Stelle, da opporre a chi fa ricatti, da Forza Italia, alla minoranza dem.

Sono da poco passate le 15 e 30 di ieri quando il Professore varca la porta di Palazzo Chigi. Ad aspettarlo c’è il capo del governo. Incontro ufficiale, alla presenza di Graziano Delrio, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, che aveva ricevuto in passato il Professore. Matteo e Romano conversano per due ore, davanti a un caffè. Palazzo Chigi fa sapere che hanno parlato di politica internazionale, con particolare riferimento alla situazione in Libia e Ucraina, e di economia europea. Prodi e i suoi, ufficialmente, confermano. L’incontro era fissato da giorni. Da mesi si parla anche di una candidatura del Professore alla guida delle Nazioni Unite. Troppo lontana (nel 2017), e non nella diretta disponibilità dell’Italia, però, per essere considerata come una reale possibilità dallo stesso Professore. All’ordine del giorno il Quirinale c’è.

“Non ne hanno parlato”, dicono categorici, quelli, come la deputata Sandra Zampa, che con più convinzione vorrebbero portare l’ex premier al Colle. Ancora: “La situazione è come era prima.Prima era stata avanzata una candidatura? No. E neanche adesso”. In realtà, sia renziani che prodiani, ammettono che il Colle è entrato, eccome, tra i temi in oggetto. Con Renzi che avrebbe chiarito di non essere pregiudizialmente contrario, e Prodi che avrebbe ribadito che il Quirinale non è tra i suoi progetti.   La candidatura non è avanzata, ma i prodiani, da Civati a Parisi, la fanno aleggiare da settimane. Senza metterla in campo ufficialmente: la bruciatura per mano dei 101 franchi tiratori di un anno e mezzo fa scotta e l’ex premier non ha intenzione di farsi umiliare un’altra volta. Neanche però di farsi mettere da parte.

L’elezione del nuovo Presidente si profila come un Vietnam dal quale potrebbe essere difficile uscire. Ecco perché i prodiani sono convinti che a un certo punto a Romano di candidarsi al Colle verrà chiesto col cappello in mano. Renzi, poi, sembra non avere ancora in mente una figura precisa. O almeno, non l’ha confessata a nessuno: né ai fedelissimi, né allo stesso Napolitano. Ma non è convinto che il Prof sia la persona giusta. Troppo forte. E poi, non ha gradito l’accusa, più o meno indiretta di essere uno dei traditori. Però, non ci sta neanche a lasciare a Civati & co. l’eredità dell’Ulivo (anche di quell’esperienza i due hanno parlato ieri). E il patto del Nazareno, che è il principale ostacolo a una candidatura del Prof, gode di pessima salute: Berlusconi i suoi non li controlla. Intanto, il metodo di partenza l’ha spiegato ieri a Porta a Porta Maria Elena Boschi: il Pd sceglie un nome “che poi sottoporrà agli altri partiti”, da Fi a M5S. Con quali possibilità di riuscita? “Io e tutte le persone vicine a Bersani l’abbiamo votato. E sono pronto a rifarlo”, mette un punto fermo Stefano Fassina a Otto e Mezzo.

Anche se non tutto il Pd lo farà volentieri. Ma è anche vero che sarebbe difficile affossarlo un’altra volta. I Cinque Stelle poi sono sempre imprevedibili. Variabili. “Però c’è un dato – spiega un renziano della cerchia stretta – se Matteo decide di andare al voto, Prodi potrebbe essere l’uomo giusto per farlo. Anche perché con la sua elezione, Berlusconi romperebbe tutto”. Possibilità concreta, anche se, chi vuole davvero il Professore sul Colle, pensa che alla fine Renzi potrebbe non essere in grado di dettare troppe condizioni. Neanche questa. La Boschi, ieri, lo corteggiava così: “ Io Prodi l’ho votato ma credo non sia giusto tirarlo per la giacchetta, visto che è lui il primo a non volere essere chiamato in causa anche per come è stato trattato l’ultima volta. Quella figuraccia lì non la ripeteremo”. Le grandi manovre aumentano. E il tempo stringe.

Oggi Napolitano farà l’ultimo discorso alle alte cariche dello Stato. Il timing delle dimissioni è chiaro: non lascerà il 31 dicembre, ma dopo il 13 gennaio, data dell’ultimo discorso di Renzi a Strasburgo, come guida del semestre europeo. Il 14, dunque, è il primo giorno da attenzionare. Non si andrà molto più in là. In Parlamento hanno già cerchiato sul calendario la prima votazione per il successore: il 20 gennaio. Il sogno del premier sarebbe di arrivare con una candidatura blindata. Pensa anche a una grande Assemblea con tutti i dirigenti del Pd per lavorare a un identikit che vada bene a tutti. Ma col voto segreto, si sa, le buone intenzioni e le tele tessute con cura possono trasformarsi in trappole mortali. E i sogni scontrarsi con la dura realtà.

da Il Fatto Quotidiano del 16 dicembre 2014