È l’uomo che si impegnò per l’acquisto dell’esplosivo proveniente dalla Calabria: tritolo che doveva essere utilizzato per eliminare il pm Nino Di Matteo. Per questo il Gico della Guardia di Finanza ha fermato Vincenzo Graziano, il nuovo capo mandamento di Resuttana. Ad accusare Graziano di aver fatto parte del commando di morte del magistrato è Vito Galatolo, il padrino dell’Acquasanta, che poche settimane fa aveva voluto incontrare Di Matteo per “togliersi un peso dalla coscienza”: davanti al pm della Trattativa, il pupillo di uno degli storici clan mafiosi, ha raccontato il piano d’attentato che avrebbe fatto tornare lo stragismo a Palermo. Un ordine di morte impartito da Matteo Messina Denaro in persona, con l’interesse di “entità esterne a Cosa Nostra”, perché il pm “si era spinto troppo oltre”.

Nel commando c’era anche Graziano, incaricato di custodire i cento chili di tritolo che arrivavano dalla Calabria, lo stesso quantitativo che all’inizio presentava tracce d’infiltrazione d’acqua, particolare che suggerisce agli inquirenti un’ipotesi investigativa. E cioè la possibile provenienza dell’esplosivo dalle stive della Laura Cosulich, la nave mercantile che è affondata al largo di Saline Joniche durante la seconda guerra mondiale. Graziano, considerato il boss che gestisce le macchinette video poker in città, era già stato arrestato a giugno nell’operazione Apocalisse, la stessa che aveva fatto scattare le manette ai polsi di Galatolo: poi il tribunale del Riesame lo aveva rimesso in libertà.

Dopo la decisione di Galatolo di collaborare con la magistratura, è scattato per lui il provvedimento di fermo, firmato dal procuratore aggiunto Vittorio Teresi e dai sostituti Francesco Del Bene, Amelia Luise, Annamaria Picozzi, Dario Scaletta e Roberto Tartaglia. “Io mi impegnai con 360mila euro, mentre le famiglie di Palermo Centro e San Lorenzo con 70 mila”, ha raccontato Galatolo davanti ai pm. “Girolamo Biondino – ha continuato il neo pentito – definì l’acquisto dell’esplosivo dalla Calabria e dopo l’arrivo a Palermo dopo circa due mesi dalla riunione, fu affidato a Vincenzo Graziano. L’esplosivo, che vidi personalmente in occasione di una mia presenza per un processo a Palermo, era conservato in dei locali all’Arenella“.

“Ricordo inoltre che all’esterno, la parte bassa del contenitore di plastica blu era umida e con tracce di salsedine. Per tale motivo infatti il Graziano mi disse che questo contenitore umido doveva essere sostituito”. Galatolo ha raccontato che ebbe “modo di vedere l’esplosivo nel periodo che va dal 15 al 18 marzo”, periodo in cui si trovava a Palermo. “Il Graziano mi fece vedere l’esplosivo il giorno di domenica 16 marzo” ha chiarito in un secondo interrogatorio il collaboratore, spiegando che in seguito “l’esplosivo è stato spostato dal Graziano Vincenzo e penso che sia custodito in una sua abitazione con del terreno intorno in località Monreale”. Le prime ricerche degli inquirenti si erano concentrate proprio nel comune in provincia di Palermo: l’esplosivo però non era stato trovato né a Monreale e nemmeno nel covo rinvenuto stamattina a Fondo Pipitone, nella borgata palermitana dell’Acquasanta. “Non abbiamo ancora trovato l’esplosivo e la cosa c’inquieta molto” ha detto dopo l’operazione il procuratore aggiunto Vittorio Teresi. “La presenza di 100 chili di tritolo sul territorio palermitano rende ancora attuale, a mio avviso, il pericolo dell’attentato nei confronti del dottor Di Matteo”, ha spiegato sempre Galatolo interrogato dai pm.

Ed è proprio in quei locali dell’Arenella, in via Pipitone, il quartier generale dei Galatolo, che alle prime luci dell’alba sono arrivati gli agenti della Valutaria e del Gico della Guardia di Finanza: cercano il tritolo che doveva essere utilizzato per assassinare Nino Di Matteo. “Il progetto dell’attentato – ha continuato Galatolo – non è mai stato messo da parte ma è ancora operativo: una volta nel parlai con Vincenzo Graziano all’interno del Tribunale ed avevamo pensato di posizionare un furgone nei pressi del Palazzo di Giustizia ma non ritenemmo di procedere perché ci sarebbero stati troppi morti. Pensammo anche di valutare se procedere in località Santa Flavia, luogo dove spesso il dottore Di Matteo trascorreva le vacanze estive”.

Dopo aver scartato l’ipotesi di assassinare Di Matteo al Palazzo di Giustizia, i boss valutano anche l’opzione di mettere in scena un attentato nei pressi dell’abitazione palermitana del magistrato, che viene seguito ogni giorno. Sono i primi mesi del 2013, e in procura arriva un anonimo che spiega di far parte del commando che vuole eliminare Di Matteo, seguendo passo dopo passo tutti i suoi movimenti. I pm hanno chiesto a Galatolo se per caso fosse lui l’autore dell’anonimo: il neo pentito però ha negato a più riprese. Segno che nel commando di morte per Di Matteo ci fosse un’altra gola profonda.