Riportare in Italia i capitali nascosti all’estero, sfruttando la legge sulla “voluntary disclosure” appena approvata dal Senato, costa troppo. Parola della Fondazione nazionale dei commercialisti, che ha fatto alcune simulazioni su quanto un evasore che voglia far rientrare i soldi dovrà pagare al fisco. La nuova norma, infatti, prevede il versamento delle imposte dovute e delle sanzioni, variabili da 3 al 15% della somma a seconda dello status fiscale del Paese in cui è stata occultata e di quanto tempo è durata l’irregolarità. Secondo i commercialisti, in alcuni casi chi aderisce alla voluntary dovrà pagare fino a oltre il 96,8% del capitale. Di conseguenza, sostengono, il gioco non varrà la candela. E il provvedimento varato dal Parlamento – non senza polemiche per l’esclusione della punibilità di una serie di reati fiscali – e da cui il Tesoro conta di recuperare 5-6 miliardi sui circa 300 detenuti illegalmente oltreconfine sarà a rischio flop. Ma l’altra faccia della medaglia è che l’evasore che si avvale delle nuova legge non sarà punibile per i reati fiscali commessi per mettere insieme il tesoretto. Una “carota” che potrebbe convincerlo eccome dell’opportunità di aderire.

“Per come è stata concepita”, fa sapere Luigi Mandolesi, consigliere nazionale dei commercialisti, “la norma sulla disclosure rischia di non raggiungere i risultati sperati. E’ troppo complessa e molto spesso troppo onerosa. Avevamo chiesto, inascoltati, di mantenere l’anonimato nella prima fase di accesso alla procedura e l’introduzione dell’obbligo del contraddittorio preventivo. Il nostro timore è che ora possano risultare pregiudicati sia la riemersione delle attività finanziarie e patrimoniali costituite o detenute all’estero, sia l’effettivo raggiungimento degli obiettivi di gettito fissati dal governo”. Il costo, calcola la Fondazione, ”è estremamente variabile da caso a caso. Rispetto al valore finale dell’investimento, andrà infatti da un minimo del 5%, particolarmente conveniente, ad un massimo del 97%, che di fatto dell’investimento azzera l’importo”.

Un privato (non imprenditore) che abbia investito in Paesi con un fisco “collaborativo”, cioè che scambia informazioni con gli omologhi stranieri, o in Stati “black list” che dovessero stipulare un accordo con l’Italia entro 60 giorni (norma scritta ad hoc per la Svizzera), aderendo alla voluntary dovrà pagare il 4,61% del capitale. Per gli investimenti effettuati da soggetti non imprenditori in Paesi black list che non stipuleranno un accordo con l’Italia il costo diventa decisamente più consistente, arrivando al 67,29%.

La convenienza però scompare, secondo i commercialisti, per un imprenditore che abbia evaso imposte sui redditi, Irap e Iva e contributi previdenziali. In questo caso infatti la disclosure può comportare il “pressoché totale azzeramento del capitale”: il costo complessivo dell’operazione di rientro è del 96,8%. In queste circostanze, non mancano di notare i professionisti dell’assistenza fiscale, “l’unico motivo che potrebbe spingere all’adesione alla procedura di collaborazione volontaria potrebbe essere costituito dai benefici sotto il profilo penale della stessa”. Ossia dal fatto di voler scampare gli anni di carcere previsti per i reati “coperti” dalla disclosure, dall’omessa dichiarazione alla dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture per operazioni inesistenti passando per l’omesso versamento di Iva.

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