Fiumi di marmettola scorrono sulle Alpi Apuane. Lo scarto di lavorazione del marmo, riversato fino agli anni ottanta nei corsi d’acqua, facendo sparire ogni forma di vita, è stato trovato nuovamente nel Frigido, fiume che nasce nelle montagne di Massa e scivola giù verso il mare. La polvere bianca arriva direttamente dalle cave, dove invece di essere stoccata e portata in discarica e trattata come rifiuto speciale viene sistematicamente abbandonata nei piazzali, “senza adeguate reti di drenaggio e di scolo per gestire l’acqua piovana”. A rivelarlo è l’Arpat che ormai colleziona denunce e relazioni sul caso. Nell’ultima, pubblicata nei giorni scorsi, sottolinea anche lo stato chimico “non buono” delle acque del Frigido. Come quelle del Carrione, altro corso d’acqua che nasce nelle Apuane, lato Carrara, e poi sfocia a mare dopo aver attraversato decine di cave.

D’altronde la marmettola, come scrive la responsabile per la provincia dell’agenzia Gigliola Ciacchini “costituisce un apporto non naturale, ha la particolarità di precipitare sul fondo dei corsi d’acqua, occlude gli interstizi presenti e impermeabilizza la superficie di scorrimento dell’acqua con effetti sull’ambiente che vanno dalla scomparsa dell’habitat per le specie animali e vegetali che popolano il fiume fino alla non alimentazione delle falde acquifere”. In altre parole: secca i corsi d’acqua e le specie animali spariscono. Che è la sorte già toccata alla sorgente del passo della Focalaccia, cresta di un monte al confine tra il comune di Massa e quello di Minucciano in provincia di Lucca (una volta a quota 1685 metri di altezza e adesso abbassato di oltre 50 metri per l’attività estrattiva): la sorgente è sparita, seccata, diventata un ricordo nostalgico dei vecchi alpinisti.

Sulle conseguenze dirette sull’organismo umano, invece, domina ancora il caos, dal momento che di studi scientifici sul caso non ne sono mai stati fatti. Arpat, in una delle sue relazioni scrive che “non costituisce un serio pericolo per la salute pubblica”. Altri, soprattutto geologi, sostengono il contrario, facendo notare che per estrarre il marmo viene utilizzato il filo diamantato, che per ogni 100 metri quadrati di taglio disperde nell’ambiente 56 grammi di legante metallico. Il quale contiene a sua volta cobalto, nichel, rame, stagno, ferro e wolframio, che si mescolano inevitabilmente alla marmettola, che finisce poi nei corsi d’acqua. Tant’è che (forse nell’incertezza della sua tossicità), per rendere potabile l’acqua proveniente da fonti vicino a cave, si ricorre a cinque livelli di depurazione contro l’uno delle acque provenienti da fonti lontane. “E a costi – fa notare il presidente della commissione ambiente del Comune di Massa, Nicola Cavazzuti di Rifondazione comunista, che ha elaborato un dossier sul caso – nettamente superiori, che gravano sui cittadini. È il caso ad esempio – spiega – della sorgente del Cartaro che fornisce acqua a Massa. L’impianto riceve acque da due fonti, quella del canale del Cartaro che sta sotto il bacini industriale marmifero denominato Rocchetta, e quella alla destra orografica al di fuori dell’influenza del bacino industriale. Da queste fonti arrivano circa 7 milioni di metri cubi di acqua all’anno, è la fornitura più grande gestita da Gaia. Le acque della prima devono passare da 5 fasi, quelle della seconda da una sola”.

La più grande riserva idrica della Toscana (quella delle Apuane) sembra costantemente sotto minaccia. Già nel nel 2013 l’Arpat aveva segnalato la presenza della marmettola in molti corsi d’acqua di quelle montagne, in particolare nel Serchio in Garfagnana (Lucca), nel Carrione a Carrara e nel Frigido a Massa. E aveva avvisato gli organi competenti (Regione, Provincia, Comune) e titolari di cave di prendere “immediatamente precauzioni” per evitare un nuovo sversamento. Ma rimasta inascoltata Cassandra, la storia si è ripetuta. Sia assessore all’ambiente di Massa, Uilian Berti, del Pd, sia il presidente del Parco Alpi Apuane, Alberto Putamorsi, anche lui uomo del Pd, si erano giustificati con un “non abbiamo strumenti per controllare, ma ci stiamo lavorando”. E pensare che il Comune di Massa in passato (erano metà anni ’90) ha speso circa 5 miliardi delle vecchie lire (soldi pubblici chiaramente) per ripulire l’alveo del fiume dalla marmettola.  Quelli che adesso sarebbero almeno 5 milioni di euro.