Quello delle star di Hollywood alla notte degli Oscar s’è guadagnato centinaia di migliaia di retweet. Obama, al selfie, non è riuscito a dire di no nemmeno ai funerali di Mandela e ne è venuta fuori una mezza gaffe, complici la premier danese Thorning Schmidt e il collega inglese David Cameron. Papa Francesco l’ha fatto con un gruppo di ragazzi. In casa Berlusconi l’amicizia tra Marina e Francesca Pascale è stata sdoganata così, con l’autoscatto. Per non parlare della selfie mania di Matteo Renzi. Il fenomeno è esploso quest’anno, tanto che anche il rapporto annuale del Censis sulla situazione sociale del Paese ne fa il protagonista di un paragrafo. La moda ormai è irrinunciabile per chiunque: siamo “un popolo di narcisisti e indistinti”. E l’autoritratto in bit è uno dei rimedi a un male sempre più diffuso: la solitudine.

Il social network dell’upload fotografico per eccellenza è Instagram. Secondo i dati del Global Web Index, oltre il 58% dei 55 milioni di contenuti condivisi ogni giorno nel mondo sono autoscatti. In Italia gli utenti registrati a Instagram sono 4 milioni, di cui 1,8 attivi. Vincono le donne (il 55% nel 2013), mentre la fascia di età più rappresentata è quella dai 18 ai 24 anni. Il significato del selfie – scrive il Censis – va al di là del tradizionale autoritratto: da un lato ha lo scopo di rendere visibile agli altri la propria immagine “in pose ‘strategiche’ per metterne in risalto i tratti giudicati migliori”, dall’altro serve a testimoniare la propria presenza fisica in un determinato luogo e in un preciso istante. La rubricazione a fenomeno di massa è sancita anche “dalla diffusione tra i venditori per strada, in tutti i luoghi di interesse turistico, del selfie stick”, ovvero l’asta metallica su cui fissare il proprio smartphone.

Il rapporto cita un sondaggio di Skuola.net secondo cui il 66% dei giovani ha indicato di postare su Internet foto o video personali: l’8,3% non si fa alcun problema, il 29,1% limita la condivisione dei contenuti a una cerchia ristretta di persone, il 28,8% a volte rinuncia a caricare foto e le condivide solo privatamente, mentre solo uno su 3 dichiara di non pubblicare nulla di sé. “L’aspetto innovativo del selfie – rileva l’istituto di ricerca – non consiste solo nella produzione autogestita della propria immagine, ma soprattutto nel suo (quasi sempre) immediato inserimento nei circuiti globali dei social network. L’importante è che l’immagine diventi pubblica, nello spazio circoscritto della condivisione con gli amici o in quello praticamente infinito della rete, perché ci sia risposta a quel bisogno di affermazione identitaria del soggetto che i ‘mi piace’ ricevuti (segni tangibili di popolarità) possono virtualmente e temporaneamente colmare”.

Il fenomeno va di pari passo con la sempre maggiore presenza nelle nostre vite di Internet: ne fa uso il 63,5% degli italiani, mentre gli utenti dei social network sono il 49% della popolazione. Tale dato arriva all’80% tra i giovani di 14-29 anni, ma è in aumento anche tra gli adulti. Per quanto riguarda Facebook, ad esempio, gli utilizzatori di 36-45 anni sono aumentati dal 2009 al 2014 del 153,4%, quelli di 46-55 anni sono cresciuti del 251,7%, mentre gli over 55 addirittura del 404,7%. “Per i giovani e per gli adulti, per le celebrità o per l’utente qualunque – si legge nel report – il racconto di sé attraverso le immagini postate in rete sembra irrinunciabile”. E se il selfie è caricato sui social network proprio nel momento in cui la foto è stata scattata, “è legittimo chiedersi se a questa moda non si stia associando con sempre maggiore intensità una incapacità di vivere in maniera diretta e attiva le proprie esperienze senza l’ansia narcisistica e indistinta di registrarle per provare a se stessi e agli altri di averle vissute”.

Il boom del selfie, in più, non può che far pensare alla “tendenza dei singoli alla introflessione” e alla concezione dei media “come specchi introflessi in cui riflettersi narcisisticamente, piuttosto che come strumenti con cui scoprire il mondo e relazionarsi con gli altri”. Per questo il Censis mette in relazione il fenomeno con i dati sulla solitudine, che oggi è “una componente strutturale della vita delle persone”: il 47,2% degli italiani dichiara di rimanere solo durante il giorno in media per 5 ore e 10 minuti. In tutto fanno 78 giorni di isolamento all’anno, senza la presenza fisica di nessun altro.

Twitter: @gigi_gno