Le stime sulla platea che potrà beneficiare del bonus Irpef di 80 euro “non risulta verificabile in modo puntuale”. Sarebbe inoltre “auspicabile” un approfondimento per riscontrare come sia stata individuata la spesa. E’ solo il primo dei tanti dubbi mossi dai tecnici del servizio Bilancio di palazzo Madama alla legge di Stabilità che spaziano appunto dalla stabilizzazione del bonus di 80 euro a quello per i bebè, passando per la classificazione delle entrate dalla lotta all’evasione e i proventi dalla cessione di radiofrequenze. Buona parte, benché non tutti, frutto delle modifiche apportate al testo dalla Camera.

I CONTI SENZA L’OSTE PER GLI 80 EURO E IL 5 PER MILLE – La norma ha navigato immutata da governo a Camera e Senato, ma sono stati i tecnici di Palazzo Madama ad  avere paura che il numero degli italiani titolati a ricevere gli 80 euro aumenti in modo esponenziale senza che ci siano le risorse per erogarlo. “Si osserva che la quantificazione della relazione tecnica, essendo stata elaborata sulla base di un modello di microsimulazione, non risulta verificabile in modo puntuale – scrivono i tecnici in dettaglio -. Sarebbe quantomeno opportuno acquisire rassicurazioni in merito al fatto che siano stati adeguatamente considerati possibili cambiamenti, nel tempo, della numerosità dei diversi insiemi dei soggetti interessati, con particolare riferimento a quanti risultano situati in prossimità delle soglie individuate dalle disposizioni ai fini della fruizione del beneficio”. La considerazione di detto elemento, è il dubbio centrale, “non appare in modo esplicito dall’osservazione dell’andamento dell’onere, che è costante nel tempo a decorrere dal 2015”.

Senza contare che manca la relazione tecnica sulle norme che riguardano: la non cumulabilità del bonus Irpef con gli incentivi fiscali per il rientro dei cervelli; la proroga al 2015 della compensazione debiti fiscali-crediti delle imprese con la Pa; deducibilità a 7 euro per i buoni pasto elettronici. Per quanto riguarda la norma sul rientro dei cervelli i tecnici del Senato sottolineano che “si evidenzia che la disposizione appare suscettibile di determinare effetti finanziari, da quantificare ai sensi della legge di contabilità, pur se di entità verosimilmente non rilevante”. Quanto alla compensazione debiti-crediti “si osserva che, come rilevato per la norma originaria, la disposizione appare suscettibile di dare luogo ad un flusso di cassa non coincidente, per importi e tempi di definizione, con i flussi finanziari che si sarebbero determinati a legislazione vigente, con possibile incidenza sul fabbisogno; profili, questi, in merito ai quali è necessario acquisire dal governo elementi informativi al fine di verificare, per quanto possibile, se dalla prefigurata attuazione possa derivare un qualche rischio di squilibrio finanziario“.

Problemi analoghi per  il 5 per mille. “Si osserva che aver reso permanente il riparto della quota del cinque per mille dell’Irpef in base alle scelte del contribuente, mal si concilia con il tetto di spesa recato dalla disposizione a decorrere dal 2015. Infatti, le scelte dei contribuenti potrebbero variare nel tempo determinando anche la variabilità dei relativi oneri”. Di conseguenza “la mancata rispondenza dell’onere rispetto al fabbisogno finanziario derivante dalle opzioni espresse dai contribuenti potrebbe determinare in futuro la necessità di integrare lo stanziamento in parola”.

TAGLIO DELL’IRAP, TFR ED ECOBONUS – Il dubbio s’insinua anche sul fronte della decantata deduzione del costo del lavoro dall’Irap: “In un’ottica di stima prudenziale” il rischio, evidenziano i tecnici, è quello di un “minor gettito. Pertanto si chiedono chiarimenti”. Film analogo per il Tfr in busta paga a riguardo del quale la relazione tecnica non fornisce alcun “dato che consenta una verifica puntuale dell’impatto della disposizione. Infatti, pur indicando i parametri relativi alla possibile ipotesi di richiesta di liquidazione del Tfr in busta paga con riferimento alla dimensione aziendale, non evidenzia l’importo complessivo sul quale poi effettivamente si stima il maggior gettito fiscale, così come non fornisce informazioni in merito all’aliquota marginale utilizzata per il calcolo”. Non solo. “Appare necessario acquisire dal governo chiarimenti circa gli eventuali effetti finanziari derivanti dalla garanzia, di ultima istanza, prestata dallo Stato al credito agevolato per le imprese con meno di 49 addetti che ne facciano richiesta”. E ancora. “Ulteriori chiarimenti appaiono necessari circa gli effetti sui saldi di finanza pubblica della quota di 100 milioni di euro per il 2015, atteso che la stessa viene imputata interamente al 2015 per quanto riguarda l’indebitamento, frazionandosi in quote annue di 10 milioni di euro nel triennio 2015-2017 per quanto riguarda il fabbisogno”. Tra le norme poi che finiscono nel mirino del Servizio bilancio spunta anche l’Ecobonus: “Gli effetti positivi sul gettito sono riferibili interamente al primo anno, il 2015. Nell’eventualità che la quantificazione del loro ammontare risultasse sovrastimata – mettono in risalto gli esperti – si verificherebbe dunque uno squilibrio finanziario“.

TROPPE ATTESE DALLA LOTTA ALL’EVASIONE – Dubbi, poi, sulla possibilità di utilizzare le somme recuperate attraverso la lotta dell’evasione fiscale per le coperture della legge di Stabilità. In particolare, per quanto riguarda le norme che estendono il reverse charge e introducono lo split payment, il servizio Bilancio ricorda che la legge di contabilità vieta la possibilità di utilizzare misure una tantum, come la stima di maggiori entrate Iva, a fini di copertura della manovra. In merito alla stima delle maggiori entrate derivanti dallo split payment, inoltre, si osserva che questa “non sembra sufficientemente improntata a criteri di prudenza”. Da un primo confronto “emergerebbe una potenziale sovrastima del recupero di gettito”.

Problemi tecnici anche sulla cessione delle frequenze. “Si osserva che i proventi da cessione di radiofrequenze sono considerate entrate una tantum e che il loro utilizzo per escludere le spese relative al cofinanziamento nazionale dei fondi strutturali comunitari ai fini del patto di stabilità delle Regioni, potrebbe determinare un peggioramento dell’indebitamento strutturale, indipendentemente dalla coincidenza dell’esercizio finanziario in cui le entrate e le relative spese saranno realizzate. Sul punto andrebbe acquisita una valutazione del governo“, scrivono i tecnici. La misura a cui si riferiscono è il comma 107 della Stabilità, modificato dalla Camera, che prevede che, per l’anno 2015, le spese relative al cofinanziamento nazionale dei fondi strutturali comunitari non rilevino, ai fini del patto di stabilità delle Regioni, per un importo pari ai proventi derivanti dall’assegnazione di diritti d’uso di frequenze radioelettriche, nel limite di 700 milioni di euro.

IL PASTICCIO DEI FONDI PER IL MADE IN ITALY – Con la misura introdotta alla Camera sul Made in Italy vengono utilizzati i fondi dei ministeri ma “si osserva che il capitolo 7034 del Mise (per quanto attiene all’esercizio 2015) e il capitolo 2350 del Mipaaf (per quanto attiene agli esercizi 2015 e 2016) verrebbero azzerati dalla norma in esame” e che “appare necessario acquisire un chiarimento dal governo al fine di escludere che l’utilizzo dei Fondi, destinati al ripiano di debiti accertati, possa interessare risorse appostate per pagamenti dovuti, il che potrebbe determinare tensioni su tale linea di finanziamento, con possibili effetti onerosi per la finanza pubblica”, è la nota.

Problematica anche la deroga ai limiti della spesa di personale con contratto a tempo determinato prevista per l’Expo 2015 in base a un’altra modifica apportata dalla Camera. La novità, secondo i tecnici, “potrebbe rendere più gravoso il conseguimento degli obiettivi del patto di stabilità interno degli enti interessati o quantomeno spostare su altre voci di spesa il conseguimento dei risparmi richiesti sulla spesa di personale in parola”.

BONUS BEBE’ SOVRASTIMATI – Pasticcio o eccesso di pessimismo, invece, per il bonus bebè che, in seguito alle modifiche apportate dalla Camera al disegno di Legge, con la restrizione della platea e il collegamento del bonus a un indice Isee di 25mila euro contro il tetto iniziale di 90mila euro, “si osserva che la quantificazione dell’onere, sulla base del livello del beneficio unitario, implica una platea di beneficiari pari a circa 420.000 nati all’anno. Considerando che le nascite nel 2013 sono state 514.000, a cui vanno aggiunte 4.000 adozioni, i restrittivi criteri economici posti per accedere al beneficio consentono di presumere che la platea dei beneficiari implicitamente scontata dalla relazione tecnica sia sovrastimata“. Il dossier sottolinea quindi che nella relazione tecnica manca anche questa modifica fatta alla Camera ma “il comma 98 reca ancora la previsione dell’onere riferita al testo iniziale, che pertanto è da ritenersi incongrua e sovrabbondante, salvo non si fossero determinati errori rilevanti nella prima stima”.

Sullo sfondo la richiesta di Ncd di un’ulteriore stretta sulle partecipate pubbliche, anche alla luce del caso Roma. “La questione delle partecipate va affrontata una volta per tutte. Il governo non può continuare a rinviare, di decreto in decreto, un tema tanto importante. Il Nuovo centrodestra lo chiede da mesi ed ha presentato innumerevoli emendamenti, sia al decreto Pa che alla legge di Stabilità, tutti volti a ridurre drasticamente le 8mila partecipate esistenti. Si tratta di un vero e proprio apparato elefantiaco, che in molti casi non genera servizi per i cittadini ma solo poltrone nei cda ad uso di qualcuno. Dunque, è ora di darci un taglio”, ha dichiarato in una nota Nunzia De Girolamo, capogruppo Ncd alla Camera. “Il caso di Roma dimostra che avevamo ed abbiamo ragione ed il governo non può più ignorare la questione. Per questo, il Nuovo centrodestra presenterà per l’ennesima volta emendamenti alla legge di Stabilità al Senato, per chiedere una drastica riduzione delle partecipate, che porterebbe ad un risparmio di 12 miliardi di euro. La spesa pubblica improduttiva va tagliata senza se e senza ma, se vogliamo liberare risorse e reinvestirle lì dove servono”, ha continuato. “Oggi c’è un’emergenza legalità e non si può continuare a girare la testa dall’altra parte, o peggio, nasconderla sotto la sabbia – è stata la conclusione – Vediamo se, questa volta, il governo accoglierà le nostre istanze. I giustizialisti del Pd renziano, che prima si dicevano imbarazzati, si sono risvegliati improvvisamente garantisti. La cosa ci fa immensamente piacere, ma questa volta ci aspettiamo fatti non parole”.

La partita, in ogni caso, si aprirà martedì 9 dicembre, data fissata per il termine degli emendamenti, mentre le votazioni cominceranno giovedì 11. Il testo dovrebbe arrivare il 16 o il 17 in Aula, dove il via libera è prevedibile il 19-20 dicembre. Intanto, però, è arrivata una nuova doccia fredda dall’Europa. Il vicepresidente della Commissione Ue Jyrki Katainen, intervenuto alla riunione dei ministri Ue presieduta da Federica Guidi, ha fatto sapere che gli unici investimenti che saranno esclusi dal Patto di stabilità saranno i contributi degli Stati membri al nuovo fondo per gli investimenti del Piano Juncker. Non è prevista nessun’altra golden rule. E non ci saranno attribuzioni di quote nazionali per i finanziamenti che il fondo renderà disponibili. Ancora in mattinata l’Italia puntava su una “nuova politica degli investimenti” in base a cui, ha affermato il sottosegretario Sandro Gozi, “devono essere scomputati dal Patto anche i cofinanziamenti nazionali e regionali per la politica di coesione”. Katainen non ha però lasciato molto margine di dubbio. Se da un lato ha confermato che il contributo volontario degli stati al fondo d’investimenti per il Piano Juncker funzionerà come la partecipazione al fondo salva stati Esm e quindi “non avrà nessun impatto” sui bilanci, dall’altro ha assicurato che la golden rule “non fa parte del pacchetto”. Questo, infatti, ha continuato, implicherebbe “cambiare il Patto” di stabilità e “non credo che cambierà ora”, anche perché “è molto difficile identificare quali sono i progetti che possono essere scomputati dal calcolo del deficit”. Sarà l’Ecofin, martedì 9, a occuparsi del Piano Juncker e a valutare i risultati preliminari della task force per l’identificazione dei progetti papabili ma, ha avvertito Katainen, “non tutti saranno finanziati”. E “non sarà il caso” nemmeno di quote nazionali o regionali per l’assegnazione degli investimenti, perché il nuovo fondo “funzionerà come la Bei” per cui i vincitori verranno selezionati in base al “merito”. Al momento “ci sono state alcune telefonate interessanti” da parte di diversi Paesi per contribuire con una propria quota al nuovo fondo, “ma resto con i piedi per terra, in ogni caso quanto è già a disposizione è sufficiente”.