Per sconfiggere la corruzione in Italia è importante il contributo di tutti i cittadini. La pensano così il 61% degli italiani intervistati da Transparency International per il Global corruption barometer 2013. Ma quanti sarebbero realmente disponibili a denunciare la corruzione di cui sono testimoni? Il 56% degli italiani, secondo lo stesso sondaggio, che si rivolgerebbero soprattutto (il 35%) alle istituzioni. Allora perché nel nostro paese ci sono così poche denunce? Probabilmente perché, come ammette la restante parte degli italiani intervistati, molti (il 44%) temono le conseguenze del proprio gesto o lo ritengono inutile. E non hanno tutti i torti.

Ma la soluzione esiste, ed è stata efficacemente sperimentata nei paesi anglosassoni. È quella del whistleblowing, ovvero l’istituto che tutela e incentiva chi segnala episodi corruttivi contribuendo a smascherarli. Eppure, nonostante il whistleblowing sia previsto dalla Convenzione di Strasburgo del 1999, sia annoverato dalla Commissione Europea come uno dei 10 strumenti per sconfiggere la corruzione e sia diventato un motivo di richiamo per l’Italia da parte del Greco (Gruppo di stati contro la corruzione) nel 2012, il suo utilizzo in Italia è ancora ai primi vagiti. Nel nostro Paese lo strumento è stato genericamente introdotto dalla legge Severino (190/2012) e il governo Renzi ha attribuito all’Autorità Anticorruzione guidata da Raffaele Cantone il compito di raccogliere le segnalazioni. Secondo la legge italiana il dipendente che denuncia gli illeciti deve essere tutelato dalle eventuali conseguenze della sua azione e la sua identità non può essere rivelata senza il suo consenso. Ma alla nostra normativa mancano ancora le regole esatte per la standardizzazione della procedura e sono del tutto assenti gli incentivi economici per chi denuncia, previsti invece negli altri paesi.

Per favorire la diffusione del whistleblowing anche Transparency Italia ha deciso di aprire uno sportello per le segnalazioni, replicando ciò che la stessa organizzazione internazionale ha già fatto in altri paesi. L’Alac, Allerta anticorruzione, presentato questa mattina a Roma durante la conferenza per la presentazione dell’Indice della corruzione percepita 2014, è un servizio nato per assistere chi decide di segnalare episodi di corruzione, guidandolo verso i canali più appropriati. Il servizio, pur presentato ufficialmente questa mattina, è in realtà attivo da circa un mese e mezzo e l’organizzazione ne ha resi pubblici i primi dati.

Da quanto è attivo l’Alac ha raccolto 10 segnalazioni, soprattutto da uomini (8 su 10), la maggior parte nella figura del whitleblower, ovvero di colui che è conoscenza di un fatto illecito ma che non ne è stato vittima direttamente, e decide di segnalarlo secondo una procedura che lo tutela da eventuali conseguenze. Le segnalazioni sono arrivate prevalentemente dal Lazio (ben 4, le altre arrivano da Toscana, Piemonte, Calabria, Lombardia e Sardegna) e quasi tutte riguardano pratiche amministrative locali relative soprattutto al settore della sanità. Altre riguardano servizi, aeronautica civile, appalti e forze di polizia (una segnalazione per ogni tipologia). La metà delle segnalazioni dei whistleblower italiani riferisce di fatti che appartengono alla sfera penale. Le denunce tutelate raccolte da Transparency Italia si sommano a quelle raccolte nell’ultimo mese anche dall’Autorità Anticorruzione che ne ha raccolto ad oggi una quarantina classificandone almeno la metà come “abbastanza significative”. Numeri ancora lontani da quelli che lo strumento potrebbe generare, ma che segnano in ogni caso un primo passo di cui d’ora in avanti toccherà valutare i risultati.