La troika chiede e Atene esegue. Fino a oggi la crisi ellenica è stata gestita così. Da un lato i creditori internazionali di Bce, Fondo monetario internazionale e Ue che impongono memorandum e tagli draconiani, dall’altro il governo delle larghe intese che esegue senza battere ciglio. Riducendo per tre volte, nell’arco di appena 18 mesi, pensioni, stipendi, indennità e welfare. Ma in questa coda del 2014 qualcosa è cambiato: visti i mancati incassi per l’erario e le nuove difficoltà legate a conti che non tornano, ecco che è Atene stessa, per non perdere l’ulteriore tranches di aiuti da 144 miliardi di euro, a offrire alla troika altre tasse e altri sacrifici per la popolazione. Con il rischio che una vera e propria mannaia sociale si abbatta su dipendenti pubblici e liberi professionisti già vessati da un triennio di austerità.

Il governo di Antonis Samaras ha infatti proposto di raddoppiare, dal 6,5 al 13 per cento, l’imposizione fiscale alberghiera, unificare gli stipendi dei dipendenti pubblici e innalzare l’età pensionabile ad almeno 62 anni. Il tutto per uscire dall’impasse in cui è bloccata la trattativa con la troika, che solo dieci giorni fa aveva richiesto ad Atene altre 19 misure in tutti i settori. Il nuovo agnello sacrificale dunque è il turismo, nell’anno in cui è stato segnato il record assoluto delle presente vacanziere in Grecia (20 milioni di visitatori). E non si fermano le sforbiciate alle pensioni: l’età di uscita dal lavoro era stata già innalzata lo scorso anno, con una serie di lungaggini per ottenere la liquidazione peraltro decurtata dal 30%. Peraltro chi è andato in quiescenza quest’anno non ha ancora visto l’assegno e rischia concretamente di non riceverlo, dal momento che alcuni fondi pensionistici sono stati impegnati nel 2012 per ottenere il finanziamento ponte da Bce, Fmi e Ue.

Se il pacchetto proposto da Atene dovesse essere recepito dalla troika, sarebbe il quarto taglio nel settore del welfare dall’inizio della crisi a oggi. Il primo fu attuato nel novembre 2012 all’indomani dell’insediamento dell’attuale governo che vede insieme conservatori e socialisti: per impedire il default del Paese, i trecento deputati greci, ad eccezione dei rappresentanti di Alba Dorata e dei comunisti del Kke, siglarono il memorandum, ma senza averlo letto per intero. Il motivo? Tra la ricezione di quelle 400 pagine (in inglese) e la votazione alla Camera passarono poche ore, mentre all’esterno si scatenava il lancio di yogurt contro la sede del Parlamento da parte di 100mila manifestanti. Alle proteste prese parte anche il noto compositore Mikis Theodorakis, colpito nell’occasione dai lacrimogeni della polizia.

Il secondo è del 2013, quando sono stati tagliati nuovamente stipendi pubblici e privati, pensioni di tutte le categorie (tranne quelle per la casta della politica, che registrerà un tetto solo dal 2015), indennità per invalidità e altri capitoli del welfare. Cassati per esempio gli sgravi sanitari per una serie di categorie protette, oggi costrette a prenotare una visita alla mutua chiamando un numero telefonico a pagamento, due euro al minuto. Infine nel 2014 un altro rosicchiamento a salari e cedolini, in tutto abbassati del 40% rispetto al 2011.

Ma il nodo del gap fiscale rispetto al programma del memorandum è noto da almeno un anno e mezzo: i mancati incassi sono frutto di un errato sistema di controllo soprattutto verso i grandi contribuenti, come gli armatori che, pur detenendo il 20% della flotta marittima del pianeta, non sono residenti in Greca e quindi non pagano un euro di tasse. Senza dimenticare i 20 miliardi di euro che popolano la Lista Lagarde degli illustri evasori, insabbiati da una commissione parlamentare ad hoc.

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