Nessuna fattura. Per i contanti e gli assegni “manca ogni qualsivoglia pezza giustificativa”. Un utilizzo ampio e diffuso tanto che “contribuisce a generare il convincimento che di tali spese non si volesse lasciare traccia”. E’ quello che si legge nella sentenza con la quale la Corte dei conti ha condannato per danno erariale Silvestro Ladu, presidente di Fortza Paris, all’interno del gruppo Misto, tra il 2004 e il 2009. Ladu, ex senatore Pdl, dovrà restituire alla Regione 253mila euro, esattamente 252.471,73. L’ambito è quello della maxi inchiesta sui fondi ai gruppi regionali che coinvolge 90 Onorevoli con appartenenze bipartisan, di due diverse legislature. Per tutti l’accusa è di peculato, aver speso per scopi personali il denaro pubblico destinato ad attività istituzionali. E senza rendicontazione: scontrini, fatture o pezze giustificative. Una prassi consolidata e diffusa del “metodo paghetta”, come emerge dal racconto di una super testimone.

All’intero gruppo in 5 anni sono andati quasi 2 milioni di euro, per la precisione 1.734.372,69 euro. In particolare il fiume di denaro contestato a Ladu si muoveva su tre canali attraverso un conto corrente, la cifra più alta (non a caso) quella in contanti: 139 mila e 300 euro; ci sono poi 14 assegni riscossi a suo favore per 36 mila e 500 euro e infine la carta di credito (77.566,73 euro). Solo per quest’ultima la tracciabilità è certa “anche se solo parzialmente e a posteriori” grazie agli estratti conto forniti dalla società finanziaria. Eppure proprio sull’uso della “carta di credito Si” l’ex senatore, durante l’ultima udienza del processo, ha affermato di aver fatto confusione tra quella privata e quella del Gruppo: “Erano quasi identiche – ha detto – le tengo tutte assieme nello stesso scomparto del portafogli».

Tra le fatture invece spicca quella per i sensori per il parcheggio di un’Audi A4 , e poi c’è la benzina per tutta la famiglia “a uso domestico” ma con pagamenti precedenti di 20 giorni la costituzione del gruppo. E ancora: vestiti, valigie, telefonini ed elettrodomestici. Più i computer, per i quali  “non vi è nemmeno un piccolo indizio che la spesa sia stata realmente effettuata”. Alla voce cancelleria si trova una media di 6mila euro per anno, che nel 2005 diventano 15mila. Per la telefonia, poi, “gli importi sono di gran lunga maggiori” rispetto a quelli delle bollette addebitate sul conto.

Non mancano i “soggiorni in hotel in località turistiche”, come Londra. Per mangiare, pranzi e cene in ristorante, sono stati spesi 44mila euro – molti a Siniscola, costa nord orientale, residenza di Ladu. I conti più consistenti – ce n’è uno da 860 euro – non corrispondono comunque a nessun evento istituzionale. E poi c’è il famoso banchetto da 10mila euro in cui sarebbero state consumate 30 pecore e un vitello. E qui emerge la confusione nella rendicontazione: nessuna divisione tra spese del Gruppo e quelle di partito e addirittura pendenze saldate in legislature diverse. Ladu ha infatti confermato al pm, durante il processo ordinario, che l’impegno era stato preso nella XII legislatura quando la formazione politica si chiamava ancora Partito del popolo sardo e lui ne faceva parte. Tutto pagato dopo con un assegno durante la XIII legislatura.

Dall’analisi dell’estratto conto mensile e gli appuntamenti del Consiglio emerge un copione tipo: benzina e pranzi seguono i singoli spostamenti di Ladu. Che parte dalla sua residenza (e fa il pieno), mangia nelle trattorie nei paraggi dell’Assemblea a Cagliari, e torna a casa. Spese duplicate per la Regione, dunque, perché già coperte dalla diaria. Soldi usati come “propri”, insiste la Corte dei conti e ribadisce – nella prima sentenza di questo tipo – “da restituire”.

Ladu è stato rinviato a giudizio anche per falso, il processo corre parallelo ed è stato aggiornato al 15 gennaio. Per la Corte dei conti è già tutto chiaro: il consigliere gestiva il denaro in prima persona “in ragione del suo ufficio”. E “al fine di assicurarsi l’impunità” ha corretto le attestazioni. Non sviste, quindi: perché l’utilizzo e la destinazione dei soldi, così si legge nella sentenza, “sono rimasti intenzionalmente occultati”. Azioni portate avanti senza alcuna “lealtà e correttezza”.