Un’elezione blindata e con una legge elettorale che premia chi presenta più liste e con un quorum che consente, a chi vince, di governare senza il dissenso dei piccoli partiti. Tutto questo è stato possibile in Calabria. Il Consiglio regionale (dopo le dimissioni dell’ex governatore Giuseppe Scopelliti) ha approvato una legge elettorale che, nelle sue pieghe, si sta guadagnando l’appellativo di “cervellotica” a partire dal fatto non consente il voto disgiunto e che, per questo, assegna al candidato a presidente tutti i voti presi dalle liste della sua coalizione. Un dato non di poco conto se si considera che, nel segreto dell’urna gli elettori calabresi si sono trovati di fronte una scheda unica in cui hanno scritto il nome del candidato consigliere dando il proprio voto, obbligatoriamente, anche all’aspirante governatore.

Se da una parte, infatti, Mario Oliverio del Pd ha stravinto con oltre il 60% dei voti, dall’altra paradossalmente i calabresi che hanno sbarrato il suo nome nella scheda potrebbero essere il 10%. Percentuale che, con la nuova legge elettorale, andrebbe sommata al 50% delle schede con la sola preferenza dei consiglieri. Comunque nessuno lo saprà perché la legge non prevede il conteggio separato del voto personale ottenuto dal candidato presidente.

Calcoli matematici e magheggi dietro i quali si nasconde la scelta di presentare ben 8 liste a sostegno di Oliverio detto ‘u lupu’ (tra cui “Oliverio Presidente”, “Campodemocratico”, “Democratici progressisti”) che, così, ha “condiviso” ogni singolo voto preso anche dai cosiddetti “candidati di servizio”, quelli che sapevano di perdere ma che, nonostante questo, hanno portato il loro contributo alla coalizione di centrosinistra. Se poi aggiungiamo che ha votato solo il 43% dei calabresi, è facile comprendere quanto può pesare la strategia di presentare parecchie liste apparentate. Questo, a sua volta, ha accentuato il fenomeno del trasformismo: esponenti del centrodestra che si sono candidati con il centrosinistra disposto ad accogliere anche “impresentabili” e rinviati a giudizio. I numeri sono numeri e le regionali, in Calabria, rappresentano il momento in cui chiunque ha la possibilità di esporre la propria dote di voti da offrire al migliore acquirente.

Chiaro che la legge elettorale, così come è stata pensata, ha favorito Oliverio (che avrebbe vinto comunque visto il clima che si respira in Calabria dopo la caduta di Scopelliti) e danneggiato Wanda Ferro, la candidata di Forza Italia scelta direttamente da Berlusconi. La Ferro, infatti, ha presentato tre liste (Forza Italia, Casa delle Libertà e Fratelli d’Italia).

E qui si inserisce un altro mistero della cervellotica legge elettorale che, ironia della sorte, è stata voluta e votata il 19 settembre dal centrodestra con la complicità del centrosinistra. Il testo della norma non chiarisce se Wanda Ferro possa guidare l’oppozione in Consiglio Regionale. Il rischio, infatti, è che rimanga a casa dopo aver incassato il 23% dei voti, aver superato il quorum dell’8% e aver guidato la principale coalizione rivale del centrosinistra. Neanche per lei, ovviamente, sono rilevalibili le preferenze personali, come per un qualunque candidato consigliere. Dal canto suo, la candidata forzista ostenta sicurezza e addebita questo mistero alle provocazioni dei suoi rivali politici che, in Calabria, non sono gli esponenti del centrosinistra ma i fratelli Gentile dell’Ncd (8,7%), i padroni di Cosenza che hanno candidato a governatore il senatore Nico D’Ascola.

“In tutte le regioni d’Italia, – dice la Ferro – vige il rispetto della norma costituzionale che prevede, anche quando la legge regionale non si è espressa, per cui il secondo candidato alla presidenza è sempre di diritto consigliere regionale. I miei avversari politici vorrebbero che la Calabria ancora una volta diventasse un caso nazionale, estromettendo dall’assemblea regionale chi ha ricevuto un consenso ampio per rappresentare la voce della minoranza sancita dalla Costituzione”.

Se la Ferro è in forse, i grillini sono sicuri di non entrare a Palazzo Campanella. Con il 4% dei voti, il Movimento 5 Stelle si è fermato anni luce dallo sbarramento all’8% per i partiti che corrono da soli. Una debacle che, però, almeno per i pentastellati calabresi, non può essere addebitata alla sola legge elettorale. Piuttosto alle faide interne a colpi di dossier che tanto ricordano i democristiani da prima Repubblica. L’ultimo episodio è lo scontro tra il senatore Francesco Molinari e il collega Nicola Morra: “In seguito al tracollo del M5S – accusa Molinari – alle elezioni regionali, da lui direttamente patrocinate e maturate sotto la sua direzione, la stessa voce autorevole ha riferito che siamo stati percepiti come gli altri partiti e che dobbiamo resettare i Meet Up e fare pulizia, in grande sintonia con Grillo”.