“Non sei più capace di cucinare”. Squalificata. “Ti sei vista allo specchio? Sei piena di cellulite, che schifo”. Derisa. “Io non ti ho detto niente, ti inventi tutto. Sei pazza”. Incolpata. “Se entro le sette non sei a casa, mi arrabbio”. Controllata. Oggi è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Per prima cosa, bisogna sfatare un pregiudizio. La violenza non scatta mai di punto in bianco e non va identificata solo con quella fisica, ovvero la sua manifestazione estrema. La sottomissione incomincia con delle molestie psicologiche dentro le mura di casa. Poi davanti ad amici e parenti. Subdole, difficili da individuare all’inizio, più frequenti e più degradanti col passare del tempo, alla fine intrappolano mogli e fidanzate in una spirale di aggressività che arriva a mettere a rischio la loro incolumità. Dalle umiliazioni, l’uomo passa agli spintoni, poi alle botte e a rapporti sessuali forzati. È sbagliato dire che è la donna che se l’è cercata. Negli amori malati c’è un graduale adattamento alla violenza fisica, frutto del plagio e della manipolazione esercitati dal partner sulla compagna.

Ecco perché lei non se ne va subito, a volte mai, e il numero di denunce resta basso. In Italia, secondo un’indagine Istat del 2006, la prima sulla violenza femminile, su sei milioni e 743 mila donne che hanno subito almeno un episodio di maltrattamento (cioè il 31,9 per cento della popolazione femminile), solo il 7 per cento ha avuto il coraggio di denunciare l’aggressore, che nel 48 per cento dei casi è il marito, nel 12 per cento il convivente e nel 23 per cento l’ex. Perché è stata minacciata di morte o ha paura che lui faccia del male ai figli. “In media dopo sei anni di maltrattamenti, se c’è di mezzo un matrimonio resistono 12 o 14 anni. Le donne più anziane, anche 30″ spiega Nadia Muscialini, psicoterapeuta, responsabile del centro antiviolenza dell’ospedale San Carlo Borromeo di Milano. Su 555 accessi nel 2013, solo 167 si sono rivolte al tribunale e hanno intrapreso un percorso di riabilitazione.

Il profilo della donna vittima di violenza è trasversale. Fascia di età tra i 35 e i 54 anni, il 53 per cento con un diploma, il 22 per cento laureato, dalle disoccupate alle libere professioniste in carriera. “Si rivolgono a noi direttamente oppure tramite il pronto soccorso. Quando arrivano sono devastate e trascurate – continua Muscialini -. Sono confuse, fanno fatica a esprimersi. Tipiche conseguenze da stress post traumatico. Hanno investito tutte le loro energie per attivare strategia di sopravvivenza, si distraggono facilmente e hanno perso la voglia di ripetere la loro storia perché fino a quel momento nessuno le ha credute”. Il 30 per cento di loro ha perso il lavoro per depressione o volontà del partner. La difficoltà più grande è far riconoscere alla donna di avere subito degli atti di violenza. “Tendono a giustificare l’uomo, che all’inizio chiede scusa e promette di non farlo più, scambiano il possesso per amore, la dominanza per protezione. Sono così insicure e abituate alle umiliazioni che non ci fanno più caso. Isolate da amici e famiglia, dipendono da lui in tutto. Per aiutarla, è importante fare un confronto con chi che era prima e chi è adesso”. Ci sono donne predisposte a una relazione violenta, “perché l’hanno già vissuta in casa tra i genitori, per loro è normale, replicano un modello di cui si ha nostalgia. Altre invece non sono reduci da traumi, e hanno avuto relazioni sane con altri uomini”.

La luce in fondo al tunnel c’è. “Prima di ricostruire la loro identità, devono sbrigare le questioni legali. Circa due anni tra la denuncia e la fine del processo. Dimostrare le molestie psicologiche è uno strazio, la donna anche dopo la denuncia deve tenere acceso il cellulare per documentare l’arrivo di messaggi minatori del marito che non smette di cercarla”.

Lo stalking è un’altra forma di violenza. Da un’indagine della direzione statistica del ministero della Giustizia, emerge l’identikit dell’autore: al 90 per cento maschio, età media 42 anni (contro i 38 della vittima), nella maggior parte dei casi italiano e spesso con precedenti penali. La persecuzione dura in media 14,6 mesi. Le azioni giudiziarie intraprese dalle vittime sono in crescita. Nel 2010 i procedimenti iscritti erano 7.296 e quelli portati a termine 4.441. Due anni dopo quelli in corso erano 11.436, mentre quelli con sentenza 8.453. La pena media inflitta allo stalker è di 14 mesi. Il 44 per cento delle donne si costituisce parte civile. Di queste, il 71 per cento ottiene il risarcimento danni. Per fortuna solo una vittima su quattro ritira la querela e le assoluzione del maschio maltrattante sono più rare delle condanne (42,5 per cento) e dei patteggiamenti (14,9 per cento).

Grazie alle recenti campagne di sensibilizzazione, molte vittime arrivano già con la documentazione pronta raccolta nel corso degli anni, quando non erano ancora pronte a stroncare il rapporto. Ma il prezzo morale ed economico oggi continua a essere alto. Nella ricerca nazionale “Quanto costa il silenzio?“, di Intervita onlus, si stima che la violenza sulle donne costa ogni anno quasi 17 miliardi di euro, pari a tre manovre finanziarie. Si tratta di spese sanitarie, di ordine pubblico, giudiziarie, per consulenze psicologiche e farmaci.