Quella quota in Rcs che avrebbe fatto per diversi anni di Mediobanca il primo azionista assoluto del Corriere della Sera, Alberto Nagel proprio non voleva comprarla. Ma i poteri forti di Piazzetta Cuccia ebbero la meglio. Correva l’anno 2004 e i grandi soci del Corsera decisero dalla mattina alla sera che bisognava “liquidare” Cesare Romiti, uno dei soci storici di via Solferino. “E quindi comprarsi le quote – racconta l’attuale amministratore delegato di Mediobanca mentre ricostruisce al procuratore Luigi Orsi la storia dei suoi tormentati rapporti con i Ligresti – noi compriamo la quota di nostra spettanza. La Fiat non fa il suo giro di prelazione, perché non ha soldi. Io, Pagliaro e Galateri diciamo al consiglio: ‘Non è opportuno che Mediobanca cresca in Rcs. Lo facciamo solo sulla nostra quota. Su quella che spetta alla Fiat passiamo la mano, perché non crediamo che sia utile investire in un quotidiano”. Ma in consiglio la posizione dei manager va in minoranza “perchè Jonella Ligresti, Geronzi e Bolloré hanno un patto. Proprio un asse. E’ lo stesso asse che ha mandato via Maranghi“. Il risultato è che “noi ci siamo comprati la quota e oggi siamo al 14% e perdiamo dei soldi su Rcs perché abbiamo dovuto comprare a 4 euro”.

Il caso Rcs, nella visione di Nagel, è però solo una delle “plurime evidenze” dell’esistenza di “relazioni privilegiate” tra la famiglia Ligresti e gli altri grandi soci di Mediobanca, piuttosto fastidiose per i manager come lui e Renato Pagliaro, oggi presidente dell’istituto. Un asse forte che avrebbe spinto la mano su piazzetta Cuccia “perché hanno capito e, correttamente, dal loro punto di vista della geopolitica, che il potere stava là e non stava presso di noi che eravamo visti come dei manager che facevamo il nostro dovere diciamo così di ….”. Nagel, insomma, come riassumono gli inquirenti che nell’estate del 2012 iniziano ad indagare sul presunto accordo segreto tra il banchiere e Ligresti, “allargava il campo degli accertamenti. Dichiarava, infatti che l’annoso rapporto tra Mediobanca e gruppo Ligresti era stato connotato negli anni trascorsi da vicende ‘opache’ che lo avevano visto estraneo: molte operazioni tra Ligresti e la banca gli sarebbero ‘passate sulla testa'”. Anche una volta uscito di scena l’erede di Enrico Cuccia, Vincenzo Maranghi. Allora, è ancora il ricordo di Nagel, “la famiglia Ligresti pensò che non ci fosse alcun bisogno di trattare la relazione bancaria con me, al più un bravo ragazzo. Salvatore Ligresti pensò invece che la gestione del rapporto con Mediobanca potesse essere gestita trattando direttamente con i soci di peso”. In particolare Cesare Geronzi (Banca di Roma), Alessandro Profumo (Unicredit) e Vincent Bollorè (maggior socio degli azionisti stranieri di Mediobanca). “Cioè nella testa dei Ligresti loro come ragionano? Chi è che ha il potere? Non c’è più Maranghi, c’è un illustre sconosciuto che si chiama Nagel e quindi sono i suoi azionisti quelli con cui noi ci dobbiamo interfacciare. E·chi sono i suoi azionisti? Si chiamano: Geronzi, Banca di Roma; Unicredit Profumo; e Bolloré, Gruppo C di Mediobanca. ‘Con questi praticamente è inutile che ho tanto a che fare con Nagel. È un bravo ragazzo, però nella sostanza le decisioni – e poi lo vedremo – sono prese su quel tavolo'”, è la sua sintesi.

La famiglia Ligresti pensò che non ci fosse alcun bisogno di trattare la relazione bancaria con me, al più un bravo ragazzo

Da Rcs a Generali e Fonsai bypassando i manager di Piazzetta Cuccia – Per Nagel in pratica l’asse fra i Ligresti, i banchieri Geronzi e Profumo e il finanziere bretone fa il bello e il cattivo tempo a lungo nella “sua” banca. Soprattutto quando si tratta di fare nuove nomine. Come nel 2007 quando dopo le nozze fra Unicredit e Capitalia, “il presidente di Capitalia avrebbe dovuto diventare vice presidente di Unicredit e contestualmente consigliere di Mediobanca – racconta al magistrato – Accadde invece che subito Geronzi fu designato presidente di Mediobanca. Per noi del management della banca questa fu una notevole fregatura, pillola appena indorata dalla modificazione della governance della banca nel senso di prevedere che Geronzi fosse il presidente del Consiglio di Sorveglianza (organismo non operativo), laddove Pagliaro era nominato presidente del Consiglio di Gestione (operativo)”. L’anno successivo Geronzi “non appagato dal suo ruolo non operativo pretese che si cambiasse governance giusto per diventare presidente dell’unico consiglio di amministrazione e quindi più vicino all’operatività. Ciò che accadde”. Ma il banchiere di Marino non è ancora soddisfatto. Vuole diventare presidente delle Assicurazioni Generali. “Quando mi disse che aveva questa intenzione gli espressi l’opinione che lui fosse inadatto alla carica e che Generali non avesse bisogno di lui – racconta Nagel – Queste mie riserve rimasero una opinione personale mia e di Pagliaro perché il comitato nomine di Mediobanca che designa i candidati nelle società partecipate votò in favore di Geronzi. All’epoca il management di Mediobanca era in minoranza, oggi è in maggioranza”. Il governo di Piazzetta Cuccia cambia nel momento in cui Geronzi è stato costretto alle dimissioni da presidente di Generali con Mediobanca che fissa nuove regole e crea le condizioni per un comitato nomine autonomo. Il che accade fra aprile e luglio del 2010 “perché il nostro ragionamento, di Pagliaro e mio, ai soci è: se il management non può neançhe esprimersi sui consiglieri delle principali partecipate (Rcs, Generali, Pirelli) che rappresentano la metà del bilancio della banca, e lo volete scegliere voi, fate a meno di avere un management. Gestitevi direttamente voi queste cose”.

All’epoca il management di Mediobanca era in minoranza, oggi è in maggioranza

La riunione che fa traboccare il vaso – Prima di allora, però, nel Patto di sindacato di Mediobanca “nessuno” si opponeva a questo “pacchetto Ligresti-Geronzi-Unicredit-Bolloré”. Che per Nagel era “la forza dominante … Non c’era qualcuno che gli andava contro”. L’ultima prova di forza dell’asse di ferro sui manager riguarda proprio i Ligresti ed è il tentativo di far entrare i francesi di Groupama nell’azionariato di Fondiaria Sai. “Tra il giugno ed il settembre 2010, si tenne una riunione negli uffici di Mediobanca tra Ligresti e la dirigenza di Groupama – racconta Nagel al pm – io e Pagliaro non ne sapevamo nulla. Singolare è il fatto che il maggior creditore di Fonsai ospitasse inconsapevolmente nella sua sede un incontro che si proponeva di cambiare il destino di Fonsai. Dell’incontro e comunque della trattativa erano a conoscenza Geronzi, Profumo e Bollorè. Si tratta d un episodio esemplare della situazione in cui il management di Mediobanca si è trovato nei rapporti con il gruppo Ligresti. Per rendere significativo questo episodio devo però aggiungere che la situazione è cambiata quando Geronzi e Profumo non hanno più rivestito le precedenti cariche. Tanto è vero che l’Unicredit di Ghizzoni ha acquisito una quota importante di Fonsai, operazione non in disaccordo con Mediobanca”. Nell’estate del 2010 tutti sono già al corrente della situazione finanziaria di Fonsai. Ci sono già in corso contatti con potenziali nuovi soci. “Contatti che non ci riguardano”, ammette lo stesso banchiere che però prende nota di come “tra Groupama nostro socio, probabilmente secondo la sua stessa ammissione ricordo Bolloré” con Profumo a conoscenza di tutto, “viene raggiunto un accordo nei nostri uffici senza la nostra presenza”. Una circostanza che i manager di Mediobanca decisamente non gradiscono: “Al che voglio dire l’abbiamo messo a verbale e quindi anche un ulteriore smacco, cioè uno prende una sala della tua banca e non ti dice manco che ne ha bisogno, fa una riunione in cui la famiglia Ligresti e Goupama firmano un accordo …” riprende Nagel spiegando che Geronzi condivide “perché allora i rapporti tra Geronzi e Bolloré sono molto forti”. L’intesa viene annunciata ad ottobre ma poi “non ha avuto una sua esecuzione perché ci sono stati problemi credo di Consob o di altre authority”, dice facendo solo un accenno a uno dei primi atti di Giuseppe Vegas in Consob, quello con cui ai francesi venne imposta una costosa Offerta pubblica d’acquisto per l’operazione, imposizione che invece, quando venne il turno di Unipol, non fu ravvisata.

Per Nagel il conflitto di interessi è evidente. E’ in quella operazione che emerge “in tutta la sua magnitudine il fatto che c’è il principale creditore che hai lì (Mediobanca, ndr) e che ti dice che ti devi trovare una soluzione. Tu vai a fare una soluzione con un socio di Mediobanca, peraltro francese, che – un anno dopo si sarebbe dimostrato peggio messo – perché è mezza fallita anche Groupama – con di mezzo un socio di Mediobanca come Bolloré, negli uffici Mediobanca, con Nagel e Pagliaro che non ne sanno niente”. Il contesto politico secondo il manager è del resto favorevole all’asse guidato dai Ligresti: “Ricordiamoci anche che c’era il governo Berlusconi, aveva… i suoi punti di riferimento non eravamo certo noi”. Per far cambiare la musica si deve arrivare all’uscita di scena prima di Profumo, che avviene poco dopo la riunione “incriminata”, e poi di Geronzi. Non a caso “l’Unicredit di Ghizzoni ha acquisito una quota importante di Fonsai. Operazione non in disaccordo con Mediobanca”, ricorda l’ad di Piazzetta Cuccia sottolineando come Ghizzoni abbia preteso che nella compagnia fossero designati amministratori indipendenti. A quel punto è Piergiorgio Peluso, il figlio dell’ex ministro Annamaria Cancellieri, anch’esso indagato a Milano, che diventa direttore generale di Fonsai. “Mi risulta che non sia stato designato da Unicredit, ma che sia persona stimata dai Ligresti – precisa Nagel – Per qualche ragione Ligresti conosce tutti i prefetti. Un amico di Ligresti è il Prefetto di Milano. Io non so il perché, ma secondo me perché ha … se li invita in campagna, o se li invita al Tanka, non lo so. Pero i Ligresti conoscono tutti i prefetti. Tra i prefetti storicamente, quando era giovane a Milano e non era certo prefetto, faceva un altro mestiere, c’è anche la mamma di Peluso, che è il ministro dell’ Interno, la Cancellieri. E quindi lui conosce di famiglia questo Peluso. Diceva: ‘È un tipo solido. Si è formato in Mediobanca’ , perché ha fatto scuola noi, Piergiorgio, ‘e quindi se va bene anche alla Unicredit, perché no?’ Poi se ne pentirà molto amaramente, e ci arriviamo”.