Appalti in cambio di escort e cene a Genova. Con queste accuse i carabinieri del Noe hanno fatto scattare un blitz nella sede di via D’Annunzio dell’Amiu, l’azienda municipalizzata che si occupa della raccolta dei rifiuti. Tra gli arrestati, tre dirigenti dell’azienda, tra cui Corrado Grondona, responsabile legale e affari generali dell’Amiu, e i due imprenditori Vincenzo e Gino Mamone. Secondo l’accusa, i dirigenti avrebbero concesso appalti agli imprenditori in cambio di notti con escort e cene in locali di lusso. Gino Mamone era già stato condannato in primo grado a tre anni e sei mesi per corruzione, insieme a un assessore dell’allora giunta Vincenzi, per la compravendita dell’area ex oleificio Gaslini, sempre a Geonova. Nel 2002, una nota della Dia gli attribuiva collegamenti con la ‘ndrangheta e in particolare con la cosca Mammoliti di Oppido Mamertina.

I carabinieri del nucleo operativo ecologico hanno eseguito in tutto sette ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal gip su richiesta della Procura nell’ambito dell’indagine ‘Albatros‘, che nel dicembre dello scorso anno aveva portato a una serie di perquisizioni all’interno di strutture operative di Amiu. Le misure restrittive hanno riguardato Corrado Grondona, 56 anni, dirigente Area Acquisti e Ufficio Legale di Amiu, Gino Mamone, 53 anni, ex titolare della ditta Eco-Ge, Vincenzo Mamone, 55 anni, fratello di Gino, titolare della ditta Ares International, Luigi Mamone, 28 anni, figlio di Vincenzo, titolare della ditta “Impre.Ares, Claudio Deiana, 56 anni, titolare della ditta Rgd, Stefano Raschellà, 55 anni, titolare della ditta Edildue e Daniele Raschellà, 30 anni, figlio di Stefano, contitolare della ditta Edildue.

È stata anche richiesta la misura interdittiva della sospensione dall’esercizio del pubblico ufficio sul conto di altri tre dirigenti Amiu. Agli arrestati sono contestati a vario titolo i reati di associazione per delinquere, corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio, turbata libertà degli incanti, omessa denuncia da parte di un incaricato di un pubblico servizio, falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico e abuso d’ufficio.

Secondo gli inquirenti le mani della famiglia Mamone si erano allungate anche sugli eventi alluvionali del 2010 e del 2011. “Grondona – scrive il gip nell’ordinanza – affidava direttamente a Ecoge (società di cui Gino Mamone era socio di maggioranza) prestazioni di servizi correlate a eventi alluvionali, per l’importo complessivo di 585mila euro, senza compiere gli adempimenti previsti dalla legge”. “Grondona – prosegue il magistrato – affidava alla Edildue (di Stefano Raschellà uno degli imprenditori arrestati ndr) lavori correlati all’emergenza alluvionale del 4 ottobre 2010 per l’importo complessivo di oltre 271 mila euro nonché all’emergenza alluvionale del 4 novembre 2011 per l’importo complessivo di oltre 186 mila euro senza gli adempimenti di legge”.

“I rapporti tra Grondona e gli imprenditori Mamone e Deiana – scrive il gip Roberta Bossi nell’ordinanza di custodia cautelare – appaiono di tale natura da configurare una situazione di asservimento della pubblica funzione esercitata in seno all’Amiu dal funzionario agli interessi degli imprenditori. I frequenti incontri – prosegue il giudice – tra Grondona e i fratelli Gino e Vincenzo Mamone avvengono dietro convocazione perentoria dei fratelli Mamone, non presso gli uffici ma in locali pubblici che culminano con prestazioni sessuali di cui beneficia il funzionario con donne all’uopo reclutate a pagamento dai fratelli Mamone. Appare evidente la natura corruttiva – si legge nelle 69 pagine di ordinanza – degli incontri così procurati al Grondona, che in più occasioni viene descritto dai coindagati come soggetto dipendente dal sesso in forma compulsiva; caratteristica questa che viene sfruttata dai Mamone che lo vedono e lo percepiscono come ancor più facilmente manovrabile, al fine di assicurarsene il costante interessamento in favore loro o di altri imprenditori nelle scelte dell’Amiu in ordine agli affidamenti dei lavori, che vengono gestiti dallo stesso pubblico ufficiale”. Del resto lo stesso Gino Mamone di Grondona parlava così a un altro imprenditore offrendosi di intercedere per lui: “Guarda che… ti dico una cosa: io ce l’ho per i coglioni. Qualsiasi cosa hai bisogno…”.

L’ipotesi dell’accusa è che l’indagato abbia intascato anche denaro: “È riuscito anzi ad aumentare le proprie risorse finanziarie, sintomo dell’esistenza di una fonte occulta di reddito che rafforza il quadro indiziario in ordine alle accuse di corruzione. Appare evidente – prosegue il gip – che sussiste uno squilibrio non spiegabile tra i redditi di Grondona, il tenore di vita e quanto egli riesce ad accantonare: considerato che, per la qualifica rivestita all’Amiu non può svolgere altre attività lavorative, se ne desume che egli certamente percepisce somme di denaro contanti, che non transitano sui suoi conti né figurano tra le retribuzioni dichiarate e che vengono utilizzate per sostenere l’elevato tenore di vita. Appare del tutto verosimile che tali somme di denaro costituiscano remunerazioni corruttive stabilmente elargitegli in relazione all’esercizio delle sue funzioni presso Amiu”.