Nemmeno una frase, un rigo appena. Della “svolta” della Bolognina, 25 anni dopo, non rimane pressoché nulla. Via Tibaldi 17 a Bologna, dove il 12 novembre del 1989 l’allora segretario del Partito comunista italiano, Achille Occhetto, lanciò l’idea di cambiare nome al partito, è uno dei tanti angoli spogli di un quartiere storicamente operaio oggi trasformato in una babele antropologica di etnie, colori e dolori: skyline con macellerie arabe, fruttivendoli pakistani, lavori perenni dell’Alta Velocità a 100 metri, un’immensa distesa di nuovi grattacieli/abitazioni che tardano ad arrivare. Nella tre sale del civico 17 in cui Occhetto, accompagnato da una delegazione dell’Anpi e dal segretario Pci di Bologna Mauro Zani, fece la celebre “improvvisata” – così la definì lui -, ora c’è l’altrettanto celebre parrucchiere cinese raccontato da ogni media: aperto dalle 7 a mezzanotte, 10 euro per qualsiasi taglio o piega, con shampoo che si può portare da casa. Nemmeno un cippo, una targa ricordo, due righe sul muro, di quel giorno che cambiò la sinistra, nonché l’intero sistema partitico italiano. “Festeggeremo il 29 novembre 2014, una settimana dopo le elezioni regionali per non ‘strumentalizzare’ il voto”, spiega l’ufficio stampa del Pd bolognese.

Al ricordo ritardato della “svolta” però né Occhetto, né Zani sono stati invitati. Ci saranno Claudio Petruccioli, all’epoca coordinatore nazionale della segreteria Pci e Raffaele Donini, segretario provinciale dell’attuale Pd. “Che non mi abbiamo invitato da zero a cento, me ne frega meno venti”, spiega al fattoquotidiano.it, Mauro Zani, uscito dal “partito” nel 2007 dopo la svolta dem di Veltroni, “con Veltroni sono diventati dei neodemocristiani, un partito moderato di centro. Mi chiedo che ci facciano lì dentro Civati e Cuperlo. E poi dicono che non vogliono ‘strumentalizzare’ il voto e ricordano la Bolognina 17 giorni dopo? Semmai non vogliono mostrare che vengono da lì, dalla svolta dell’89, sono ossessionati dal riformismo. Noi ci allontanammo dal comunismo, ma a loro oggi manca una cosa sola: la sinistra”. Pci-Pds-Pd-Renzi, il salto graduale sembra automatico, ma sul selciato della storia italiana ha lasciato morti e feriti politici. Questa trasformazione, però, inizia proprio lì in via Tibaldi 17, la Bad Godesberg del comunismo italiano.

“L’errore che compiono tutti i giornali è continuare a dire che Occhetto parlò dalla sede del Pci, ma non fu così”, spiega al fattoquotidiano.it Claudio Mazzanti, tra gli anni novanta e il primo decennio del duemila, presidente del quartiere Bolognina, poi Navile, “era la sede del Quartiere e si stavano commemorando i 45 anni della battaglia partigiana della Bolognina. In platea c’erano rappresentanti di tutto il comitato antifascista, perfino i liberali. Occhetto chiese di partecipare all’ultimo momento, fece il discorso e in pochi capirono subito la portata delle sue parole”. Era domenica mattina, davanti al segretario un centinaio di persone: “Occhetto parlò dieci, quindici minuti; ma lui mi avvisò solo la sera prima a cena e nemmeno mi disse cosa avrebbe detto nello specifico”, ricorda Zani. Il segretario fece capire subito che il Pci stava mutando pelle, lasciava l’Urss sulla spinta della Perestrojka di Gorbaciov, e si adagiava tra i mattoni del Muro di Berlino buttati giù a picconate tre giorni prima dai berlinesi “liberati”. “Anche Gorbaciov prima dei grandi cambiamenti in Urss ha incontrato i veterani che come voi hanno vinto la seconda guerra mondiale”, spiegò Occhetto ai convenuti, “se non volete che ora quella memoria venga persanon c’è bisogno di conservare ma impegnarsi in grandi trasformazioni (…) non continuare su vecchie strade ma inventarne di nuove”.

Due i giornalisti presenti che avvicinarono il segretario e gli chiesero se quel discorso significava che il Pci cambierà nome. “Tutto è possibile”, rispose lui. “Una frase sibillina”, racconta Zani, “che mi fece arrivare addosso tutta la stampa italiana. Non voleva sbilanciarsi troppo ma mettere in allarme i giornalisti per la segretaria nazionale che si sarebbe tenuta l’indomani”. Solo nei giorni successivi alla direzione del partito a Roma, dove si sviluppò la riflessione che portò il Pci a cancellare la parola “comunista” dal simbolo, che giornali e tv si accorsero della “svolta” in Bolognina, che tutto aveva avuto inizio in via Tibaldi 17. “La svolta della Bolognina?”, ti guarda stralunato un trentenne con le cuffiette dell’iPod nelle orecchie, che attende il bus tra via Tibaldi e Piazza Unità dove l’attuale Pd si è stabilito in un angolo piccino assieme al patronato Cgil e ai quadri di Berlinguer e Pelizza da Volpedo, “guarda non so di cosa stia parlando”.