Tornano in sciopero, a distanza di appena un mese, i giudici di pace. Un’astensione che, secondo l’Unione nazionale di categoria, porterà oltre 200mila procedimenti a slittare al 2015. Dopo l’astensione dei magistrati onorari di tribunali e procure dal 20 al 24 ottobre, ora una nuova astensione dalle udienze è prevista dal 4 al 10 novembre. Una protesta contro il progetto di riforma della magistratura onoraria predisposto dal ministro della Giustizia Andrea Orlando. Riforma che, secondo l’Unione nazionale dei giudici di pace, non riconosce nessuna delle richieste della categoria, accentuandone il precariato, oltre a ledere diritti retributivi e previdenziali.

“Avevamo avvertito il ministro Orlando che non ci saremmo fermati e continueremo nelle azioni di protesta fino a che il disegno di riforma predisposto dal ministero della Giustizia non verrà ritirato e radicalmente modificato, conformemente agli impegni assunti dal ministro già a marzo di quest’anno, impegni integralmente disattesi“, ha detto il presidente dell’Unione, Mariaflora Di Giovanni, cui fa eco il segretario generale Alberto Rossi. “Non è accettabile che un ministro prima assuma impegni precisi in relazione alla durata del rapporto e al trattamento economico e previdenziale dei giudici di pace e degli altri magistrati onorari, e poi disattenda questi impegni presentando al Consiglio dei Ministri un disegno di legge che va nel senso opposto”, continua Rossi.

Sempre secondo il segretario generale dell’Unione nazionale dei giudici di pace, il ddl presentato in Consiglio dei Ministri accentua la precarietà dei giudici, che si ritroveranno ad esercitare la funzione giudiziaria con un aumento della competenza generale per un valore addirittura pari al 600%, ma senza che siano loro riconosciuti i più elementari diritti costituzionali, arrivando addirittura a rimettere alla discrezionalità della pubblica amministrazione lo stesso pagamento degli stipendi. “Il tutto a danno dei cittadini che dovranno chiedere giustizia davanti a un giudice precario, senza diritti, che sarà investito della trattazione di oltre l’80% del contenzioso civile, ma non potrà assicurare indipendenza, terzietà e professionalità“.