Una nuova sfida all’Occidente, l’ennesima puntata nella battaglia tra Mosca, da una parte, e Bruxelles e Washington dall’altra. Domenica nelle autoproclamate Repubbliche di Donetsk e Lugansk, nell’Ucraina sudorientale martoriata dalla guerra, si terranno elezioni presidenziali e parlamentari convocate dai filorussi. Il 28 ottobre Mosca ha annunciato di voler riconoscere risultati del voto e immediatamente è scattata la reazione Usa e Ue. Queste elezioni “minano gli sforzi per una risoluzione del conflitto”, ha detto il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, perché “violano le leggi ucraine e sono direttamente in contrasto con gli accordi di Minsk cofirmati tra gli altri dalle due autoproclamate repubbliche e dalla Federazione russa”. Stoltenberg ha poi sottolineato che “le dichiarazioni di funzionari russi secondo cui il loro Paese riconoscerà queste cosiddette ‘elezioni’ mostra che la Russia continua i suoi sforzi per destabilizzare l’Ucraina. Gli alleati Nato – ha aggiunto – come parte dell’ampia comunità internazionale, hanno chiarito che non le riconosceranno”.

Più cauta l’Unione Europea: il 29 ottobre, prima che venisse raggiunto l’accordo sulle forniture di gas tra Mosca e Kiev, Bruxelles si era detta “perplessa” per la decisione della Russia. “Temo – spiegava  l’ambasciatore Ue in Russia, Vigaudas Ushatskas – che ciò non favorirà l’interesse che abbiamo a rivedere le sanzioni contro la Russia e possa portare nuove conseguenze negative“.

Il primo a replicare elle parole di Serghiei Lavrov, ministro degli Esteri di Vladimir Putin, era stato presidente ucraino Petro Poroshenko che aveva replicato seccamente per bocca di un suo portavoce: il voto separatista è una minaccia al processo di pace e che queste “pseudo-elezioni” non solo “non saranno mai riconosciute dal mondo civile” ma “non hanno niente a che vedere con il protocollo di Minsk“, che il 5 settembre ha portato a un fragile cessate il fuoco nel sud-est, anzi, “ne violano in modo rozzo lo spirito”. E una ferma condanna è arrivata anche dal segretario di Stato Usa John Kerry, che ha definito il riconoscimento delle elezioni dei filorussi “una chiara violazione degli impegni assunti” da parte di Mosca. L’esatto contrario di quanto dichiarato da Lavrov, secondo cui il voto separatista serve a “legittimare le autorità” ribelli nel quadro degli accordi di Minsk.

In realtà l’intesa siglata in Bielorussia prevede una larga autonomia per il turbolento sud-est ed elezioni locali nell’ottica di un decentramento del potere, ma non dell’indipendenza da Kiev proclamata dai miliziani che la Russia è accusata di sostenere militarmente con armi e uomini. E per questo le autorità ucraine hanno accordato alla regione uno ‘status speciale‘ per tre anni e hanno fissato le elezioni locali per il 7 dicembre (e non per il 2 novembre). La decisione del Cremlino di difendere il voto separatista rappresenta di per sé una novità perché – al contrario di quanto avvenuto nell’ormai russa Crimea – Mosca non ha riconosciuto formalmente i referendum per l’indipendenza organizzati a maggio dai ribelli di Donetsk e di Lugansk.