Antonio Sibilia, presidente per ben tre volte dell’Avellino dal 1970 al 2000, è stato uno di quegli uomini che ha segnato un’epoca del calcio e del costume del paese. Nel bene e nel male. Se è riuscito a portare sul prato dello Stadio Partenio grandi campioni mai visti prima e dopo, questo era dovuto alla sua lungimiranza e al suo talento quanto alla sua amicizia con Don Raffaele Cutolo, capo indiscusso della Nuova Camorra Organizzata, cosa che gli procurò non pochi guai giudiziari. Presidente dai primi anni Settanta, al tempo della prima storica promozione in Serie B, diventa personaggio noto al grande pubblico negli anni Ottanta. E’ con l’Avellino in Serie A che Don Antonio Sibilia diventa uno di quei presidenti che con Rozzi, Anconetani e Massimino hanno l’epoca del pallone biscardiano: racconto nazional popolare di un paese che usciva dalle stragi di Stato ed entrava nel maxiprocesso alla mafia.

Era un calcio in cui le provinciali potevano permettersi colpi di mercato oggi proibiti alle grandi. E ad Avellino arrivò il brasiliano Juary, che al Partenio cominciò a festeggiare danzando la samba intorno alla bandierina del calcio d’angolo per quei gol che lo avrebbero portato a vincere la Coppa Campioni con il Porto (guarda). Juary come Tacconi, Vignola e Favero, o come un giovanissimo De Napoli, che poi sarebbe passato da Maradona fino alle notti magiche di Italia ’90. Era un calcio in cui i presidenti di provincia spargevano sale sul campo, vestivano solo calzini rossi, o se ne uscivano con frasi come: “Il nostro portiere vuole i guanti? O li compriamo a tutta la squadra o a nessuno”. Sentenza attribuita a Don Antonio che fa il paio con il celebre amalgama che mancava al Catania, e che il presidente Massimino s’impegnò ad acquistare a gennaio.

Uomini protagonisti di un racconto la cui dimensione mitica non può oscurare quella criminale. E’ il 31 ottobre del 1980 quando Sibilia passa a prendere in macchina Juary e lo porta al tribunale di Napoli, dove è in corso un processo a Raffaele Cutolo. Avvicinatosi alla gabbia in cui è chiuso Don Raffaé, Don Antonio lo saluta con tre baci sulla guancia prima di presentargli l’inconsapevole Juary, che gli consegna una medaglia d’oro con incisa una dedica “con stima dalla società e dai suoi giocatori”. La cosa non sfugge a Luigi Necco, storico inviato ad Avellino di Novantesimo Minuto (giuarda), che per averla raccontata l’anno dopo è gambizzato su mandato di Enzo “O’ Nirone” Casillo, luogotenente di Cutolo. Anni dopo Sibilia sarà anche processato per associazione per delinquere di stampo mafioso, in merito all’agguato all’allora Procuratore della Repubblica di Avellino, e poi assolto.

Gioie e dolori dell’essere presidente di una società di calcio nell’Italia degli anni Ottanta, in una città dove non si muoveva foglia che non volessero tanto Ciriaco De Mita quanto Raffaele Cutolo. Sibilia lascia la società e torna a occuparsi dei suoi cantieri edili, salvo riprendersela a metà degli anni Novanta, in Serie C1, dalle mani di Callisto Tanzi (quello del fallimento del Parma e della Parmalat) arrivato ad Avellino per volontà di De Mita. Il calcio e il paese sono cambiati, Don Antonio riesce a tornare per una stagione in Serie B prima di retrocedere di nuovo. Nel mentre riesce ancora un’ultima volta ad assurgere agli onori della cronaca per una sfuriata in diretta con il suo tecnico Papadopulo (guarda), ma è il calcio delle pay tv, Novantesimo Minuto ha perso la sua dimensione cult, e il tutto è relegato alle tv locali. L’ultimo accostamento tra Sibilia e il calcio è quando il figlio è eletto senatore con il Popolo delle Libertà, nel 2008. Ma è un fuoco fatuo. Don Antonio è morto oggi, tra una settimana avrebbe compiuto 94 anni.

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