Franca Leosini arriva dopo. Quando i processi hanno tirato il sipario, nel retropalco restano solo i rimorsi e con i suoi anacronismi dialettici, da archeologa della parola, l’autrice di Storie maledette può finalmente spolverare la memoria, lucidare i dubbi, levigare il senso di colpa. Da vent’anni, sulla pista che conduce alla notte, Leosini guida gli spettatori di Rai Tre alla scoperta del crimine. Una stanza spoglia, un tavolo, un quaderno, due sedie. Poi campo- controcampo, sbarre alla finestre, domande, risposte. Sui casi giudiziari che a tempo debito riempirono le cronache, indaga una giornalista napoletana che le sommarie biografie pretenderebbero nata nel 1949: “Sono più vecchia di qualche anno, ma non ho mai sentito l’urgenza di rettificare”. In vent’anni, sulla sponda di una delle più antiche nicchie del servizio pubblico, Leosini ha visto passare davanti agli occhi sguardi non rassicuranti.

Secoli di condanne per omicidio, abissi morali, deviazioni, ammissioni, distinguo, dichiarazioni di innocenza, realtà parallele e nomi entrati nell’immaginario collettivo. Ha ascoltato, incalzato e sorpreso aguzzini come Angelo Izzo, l’ex ragazzo nero dei Parioli che con Andrea Ghira e Gianni Guido sequestrò e uccise Rosaria Lopez e devastò per sempre l’esistenza di Donatella Colasanti sul litorale pontino. Pino Pelosi, l’ultimo incontro di Pasolini nel 1975, proprio a pochi mesi dal massacro del Circeo: “Feci riaprire il processo”. Femmine di mitologica cattiveria e maschi direttamente imparentati con i lupi.

E poi, in ordine sparso, tra una Uno Bianca, un catamarano della morte e uno stilista fiorentino ucciso nel centro di Milano, disegnando la geografia del delitto italiano, Leosini ha restituito un quadro arcano e non rassicurante, dei molti motivi che spingono l’apparente normalità a cambiare di segno. A volte raptus, istante, lampo di follia. Altro misfatto meditato. Unico comun denominatore delle vicende trattate, l’irreversibilità. Sapendo di non poter tornare indietro, Leosini studia per scoprire oltre. Nelle pieghe di ciò che non è stato ancora svelato, alla ricerca di un’ulteriore confessione: “Ma la parola ‘scoop’ è lontanissima da me. Il giornalista con un minimo di qualità non ne ha bisogno”.

L’essenzialità dell’ufficio inorgoglirebbe gli spartani. Fa caldo. Le finestre sono chiuse. L’arredamento è primario, le scrivanie semiarrugginite. Leosini apre armadi gonfi di faldoni. Mostra stralci di deposizioni e blocchi di appunti. Giura che due decenni di periplo nelle prigioni italiane non l’abbiano spaventata. “Mi fanno molta più paura i mostri che sono fuori. I miei interlocutori non sono mai professionisti del crimine, ma persone come me che a un certo punto della loro vita cadono nel vuoto di una maledetta storia”.

Sembra uno slogan.
Ma è la verità. Affronto sempre le mie storie con curiosità. Ho il desiderio di capire che tipo di guasto si sia verificato in precedenza. Cosa spinga un essere umano a compiere un gesto che in teoria non gli somiglierebbe.

Cosa glielo fa pensare?
Prima capisco, poi dubito, infine racconto. Scelgo sempre con cura i miei interlocutori. Spesso mi scrivono. Vogliono incontrarmi. E io vado a vedere. Parto.

E cosa trova dall’altra parte?
Vicende incredibili che però non necessariamente si trasformano in programma televisivo. Quando aprii la lettera di Nicola Dettori, condannato a 25 anni per concorso morale in sequestro di persona, ad esempio mi mossi subito. Il caso Vinci, con lo strascico della sua lunghissima detenzione, era un evento che meritava di essere approfondito.

Giuseppe Vinci, proprietario di una piccola catena di supermercati, era stato sequestrato nei pressi di Macomer a metà degli Anni 90. 310 giorni di inferno tra topi, pulci e musica ad altissimo volume nelle orecchie.
Dettori si è sempre dichiarato innocente. “Non so niente del mondo dell’Anonima sarda, ho preso 25 anni perché ho fatto da postino tra la famiglia del sequestrato e i sequestratori”. Andai a trovarlo. Era entrato in carcere da analfabeta e si era laureato. Una persona gentile, simpatica persino, ma esclusivamente interessata a raccontare il lato accademico della sua vicenda. Del sequestro Vinci e di quel mondo arcaico, legato alla pastorizia e ai rapporti ancestrali di sangue, non voleva parlare. Vista la parata, lasciai perdere. Storie Maledette ha una sua tipologia precisa. Di un condannato, in scena, c’è tutto il percorso. La salita, la discesa, la consapevolezza. Non solo il lustrino del traguardo finale o della redenzione. “Non c’è carica, Dettori, non c’è storia”. Gli dissi la verità.

Teme il ritratto involontariamente apologetico?
Non faccio sconti e non risparmio niente, ma tutte le persone con cui parlo hanno eleborato una revisione profonda del loro gesto. Poi certo, ai miei interlocutori non rivelo mai in anticipo le domande che porrò né come andrò a impostare il colloquio. Rubo l’anima per poi restituirla.

Cosa la scuote quando affronta un’inchiesta?
Prima di tutto mi interessa ascoltare. Storie Maledette è un ponte tra i cosiddetti “mostri” e la società. Un’occasione per osservare un caso in una prospettiva differente. Nelle settimane che seguono un delitto e la scoperta di un colpevole, per tacere di quelle che accompagnano un processo, farlo con quella profondità non è mai possibile. Il contesto, l’emotività e le pressioni contingenti contano. Contano eccome.

I casi che affronta non hanno mai come protagonista un omicida seriale.
Mi scrissero Pietro Pacciani, prima che venisse assolto e in seguito anche Donato Bilancia. Non mi occupo di serial killer veri o presunti. Di chi è preda di un’ossessione rituale. Con Bilancia, poi, condannato a 13 ergastoli, ebbi il fondato sospetto che cercasse una scappatoia, un modo per sottrarsi alle sue responsabilità, un’infermità mentale che lo facesse dichiarare pazzo e gli permettesse di tornare libero. Mi tirai indietro.

A quali altre storie si è sottratta?
Alle parabole raccontate con poca sincerità.

La più insincera in assoluto?
Forse la persona meno autentica che abbia incontrato nel mio percorso è Gigliola Guerinoni. “La mantide” di Cairo Montenotte. Scarcerata quest’anno dopo ventisei anni di carcere. Tendeva ad autorappresentarsi per quel che non era, a strumentalizzare l’interlocutore. Un atteggiamento che sono sicura le sia costato una condanna più aspra del previsto.

E poi?
Non prendo mai in considerazione i casi di persone che hanno parlato con altri in precedenza. Le mie storie si concentrano su chi non ha mai aperto bocca prima e non parlerà più dopo.

Nell’assunto c’è qualcosa di definitivo.
Perché mi porto dietro le storie che racconto e quelle storie entrano a far parte della mia vita. Ogni puntata richiede uno studio profondo dei personaggi, del loro mondo, degli atti giudiziari. Solo che io non sono un giudice e non mi avvicino mai con la lente del giudizio o peggio del pregiudizio. Detesto la retorica del pubblico perdono. La sola cosa che dico alle persone che incontro è “l’istante in cui a lei sembra che le stia ponendo la domanda più spietata, concide con il momento in cui io voglio aiutarla di più” .

E i suoi condannati, i suoi ergastolani ci credono?
Dissi la stessa cosa anche a Fabio Savi, uno dei killer della Uno Bianca. Il patto è darsi. Loro si concedono e io scavo dentro alla ricerca del buio. Per chi ha creato tanta sofferenza agli altri, non è mai un viaggio senza dolore.

Savi e i suoi fratelli ne provocarono moltissimo.
Proprio per i tanti morti e i tanti lutti causati, con Fabio Savi usai un linguaggio più duro di quello che utilizzo normalmente. Nelle lettere che mi aveva spedito, Savi mi descriveva le sue notti insonni, il tormento divorante per quel che aveva fatto. Ci furono momenti duri a iniziare da quello in cui gli mostrai la foto di suo padre Giuliano, suicida con massicce dosi di Tavor proprio all’interno di un modello di macchina identico a quello della banda. Alla fine della conversazione mi resi conto che mi aveva rivelato molte più cose di quante non ne avesse messe a verbale durante il processo. Abbassò la testa: “Su di me sono state scritte molte inesattezze”.

Conferire con lei è un modo di riscrivere la propria storia?
Potrebbe, ma non lo consento mai. La base è la fiducia reciproca, non si passa da Storie maledette per erigere il proprio altarino.

Lei parlò a lungo anche con Angelo Izzo, uno dei massacratori del Circeo. Con lei mostrò pentimento. Poi ricadde nell’orrore.
Continuiamo a scriverci, ma io inizio sempre le lettere nello stesso modo: “Mi rivolgo a quella parte di te in cui ho creduto”.

Chi ha incontrato davvero in questi vent’anni?
Un’Italia in cui il delitto attraversa trasversalmente tutti gli strati sociali e racchiude in un certo senso la storia del Paese. Da Patrizia Reggiani e dal delitto Gucci, alla storia arcaica di Stefania Delli Quadri, la piccola martire del casolare, una sorta di Maria Goretti di San Severo di Puglia uccisa non per sadico gusto ma perché un lontano cugino, Leonardo Racano, era convinto di poterla tenere per sempre legata a sé dopo averla sequestrata, si stringono nel crimine anche mondi distantissimi tra loro.

Da Quarto grado ai plastici di Vespa il crimine paga anche in televisione?
Storie maledette non riesce a essere imitato e io sono un oggetto strano, seguito dal letterato come dal venditore di verdura. Quando mi chiedono se ho dei modelli rispondo di no. Ognuno ha la sua identità. Cerco un’analisi verticale, profonda. Altri inseguono una lettura dei fatti orizzontale.

Lei parla un italiano ricercato, aulico. Non teme l’iperbole né la metafora.
Una delle responsabilità più gravi della televisione è aver abbassato il livello del linguaggio. La tv non deve diseducare. La gente parla come noi, siamo dei modelli. Tengo poi molto alla “parola”. Se dico “la picchiava come una cotoletta” o “fare lo zezo” o “fare farinella”, intendendo “mettere le mani addosso”, o corteggiare in modo smanaccione non è perché prepari la battuta in anticipo, ma perché amo saccheggiare la letteratura e non accetto di rinunciare a umanità e ironia. Non voglio che il mio racconto somigli a un mattinale della Questura. E non è vero che se degradi il linguaggio arrivi a un pubblico più vasto: non c’è tassista che non mi chieda chi ospiterò nella puntata che verrà. Se ti seguono anche quelli che hanno un eloquio più semplice del tuo, stai facendo bene il tuo mestiere.

I primi passi nel giornalismo?
Anche se non ne parlo volentieri per timore di confondere lavoro e privato, ho avuto un’adolescenza felicissima e molto viziata. Mio padre era un grosso banchiere. Un uomo meraviglioso, un mecenate dai mille talenti e dalle mille presidenze. Dopo la Laurea in Lettere Moderne, quando ero ancora alle prime esperienze, ebbi la fortuna di incontrare Sciascia.

Come lo conobbe?
Me lo presentò Sara Ferrati, una specie di vice madre che a me dava del lei e che aveva sposato un giovane tenore di Racalmuto, intimo amico di Leonardo. Dopo il primo incontro, tra un mercatino dei libri e un tè, trascorsi con lui cinque indimenticabili pomeriggi. Gli feci tenerezza, si fidò. Un giorno mentre eravamo insieme, incontrammo Valerio Riva de L’Espresso. Mi vide prendere appunti in compagnia di Sciascia e si fece lasciare il mio numero di telefono. Mi chiamò: “Salta sul primo Taxi e vieni in redazione, vorrei leggere la tua intervista a Leonardo”. Mi precipitai in Via Po. Riva fu secco: “Domani mattina alle 5 ti mando il corriere per la consegna”. Feci la spiritosa e chiesi se avessi almeno diritto a un penna e Valerio, sabaudo, sibilò : “Qui i diritti non sono in offerta, si conquistano”. Corsi a scrivere e consegnai nei tempi. La collaborazione nacque così.

L’intervista con Sciascia del 1974 fece epoca.
Il pezzo uscito su L’Espresso si intitolava “Le zie di Sicilia”. Leonardo attribuiva alla donna siciliana, vestale silente e cuore pulsante dell’omertà casalinga, la responsabilità morale della cultura mafiosa e a grandi linee, la genesi della mafia stessa. A risultato raggiunto, Riva fu generoso: “Per te andrebbe mutuata la frase dedicata da Pajetta a Berlinguer” disse “ti ricordi? Si iscrisse giovanissimo alla direzione del Pci. Per te vale lo stesso”.

Alla direzione di un giornale poi arrivò anni dopo, con Cosmopolitan.
Dirigere Cosmopolitan, un colosso, fu dura. Arrivai in un difficile momento di passaggio e mi resi conto che la linea dell’edizione italiana era totalmente dettata dagli americani. Mi dimisi quando dopo aver considerato un articolo impubblicabile, venni richiamata all’ordine: “L’editore ha detto che deve essere stampato”. Allora risposi a tono: “Se lo diriga lui, il giornale”. Il cervello non lo prostituisco, se devo prostituirmi faccio qualcosa di più divertente.

Ha rimpianti?
Quando mai? Sono di indole ribelle, ho bisogno di sentirmi libera. In una redazione mi troverei a disagio. Sono stata fortunata. Ho potuto scegliere.

Eredità della filosofia napoletana?
Le radici sono lì, ma come altri, ho con Napoli un rapporto conflittuale. Osservo con furore lo smarrimento di una città sepolta. Le responsabilità sono di vario tipo, anche dei napoletani perché Napoli ama abbandonarsi alla sconfitta e ha tanti limiti che la sfigurano. Però, per altri versi, conserva ancora nella sua parte antica un profondo rapporto morale di vicoleria. Una solidarietà di vicinato. Una generosità e una reciprocità di fondo tra esseri umani. Una strage come quella di Erba, nei quartieri spagnoli non sarebbe mai potuta accadere. Nei bassi napoletani il tuo sorriso è il mio e il tuo dolore mi appartiene. A Napoli sono rimaste le mie figlie, due ragazze felici e un marito del tutto disinteressato al mio lato pubblico.

L’intuizione di portarla in tv fu di Guglielmi.
Mai avuto alle spalle un amante o un partito, ma ad Angelo devo molto. Il passaggio dalla carta stampata alla tv avvenne per caso. All’epoca collaboravo alla terza pagina de Il Tempo e seguivo il caso di Anna Grimaldi, moglie dell’omonimo armatore e amante di Ciro Paglia, potentissimo capocronista del Il Mattino. La Grimaldi venne uccisa a colpi di pistola nel 1981 e dell’omicidio venne immediatamente accusata la legittima moglie di Paglia, Elena Massa, giornalista. Massa si era data alla latitanza. Venne poi arrestata e infine assolta con formula piena. Il processo fu memorabile. Un pezzo di teatro scarpettiano fitto di maschere, in un ambito teso a mettere in scena le enormi differenze sociali tra i due gruppi familiari. Il mondo di Elena Massa con i suoi figli, lontani dai capricci della moda e quello della Grimaldi, con le presenze smaltate e la prole lucida, bella e silenziosa. Fui chiamata a scriverne e a Guglielmi il mio lavoro piacque. Mi chiamò a collaborare. Era l’epoca del Telefono Giallo di Corrado Augias.

Da allora sono passati vent’anni. Lei ha vinto molti premi, è diventata un’icona gay, ha dato ispirazione a Matteo Garrone per due film e non sembra aver voglia di cambiare o passare la mano.
Ho rifiutato offerte principesche perché la penso come Guglielmi: “Rai Tre non è una rete, è uno stato d’animo”. E uno stato d’animo non lo misuri con il denaro. Non lo puoi comprare.

Aldo Grasso non si è intenerito. L’ha criticata spesso.
Non puoi e non devi piacere a tutti. Grasso non mi apprezza, ma non importa. Rimedio io. Lo ammiro e non me ne vergogno. Bisogna essere elastici. Fare come la De Filippi che è un ossimoro vivente, capace di tenere durezze conservando l’intelligenza e rimanendo se stessa.

Lei ci riesce?
Ci provo. Mi sforzo, sorrido alla vita, mi diverto. Anche se l’ottimismo cosmico di mia sorella, una che quando ingrassa cinguetta: “Ma come si sono strette queste gonne”, non mi appartiene e temo non mi apparterrà mai.

da Il Fatto Quotidiano del 19 ottobre 2014

Aggiornato da Redazione Web il 20 ottobre alle ore 8,53