Qualche giorno fa mi sono imbattuto nelle selezioni di X-Factor Italia. Credo fossero le fasi finali o qualcosa del genere. I concorrenti erano stati divisi in quattro categorie e spediti in quattro città diverse. Sei per ogni gruppo. Tre sarebbero rimasti e altri tre sarebbero stati eliminati durante la puntata. Un manipolo di ragazzi, la maggior parte giovanissimi, con il desiderio evidente di diventare cantanti di professione e vivere di musica per il resto della loro vita.

Ammetto di non aver guardato, se non a piccoli e sconnessi sprazzi, le edizioni precedenti. Ma viste le premesse mi aspettavo che questi giovani artisti avessero una voglia pazza di impadronirsi del palcoscenico. E che lo facessero con quella sana incoscienza che normalmente accompagna i giovani musicisti. Insomma, immaginavo sarebbe stata una sorta di festa. Non ero molto interessato al talento canoro, quello poteva esserci o non esserci, e io non avevo la più pallida idea di quanto intonati si sarebbero rivelati. Mi illudevo però di accingermi a vedere gente creativa, pronta a mettere in scena qualcosa di originale, magari anche correndo il rischio di risultare esagerata, fuori luogo e di non essere capita o apprezzata. In fondo, pensavo, se amano così tanto la musica al punto di volerne fare un lavoro e gli viene data l’opportunità di esibirsi in posti come il Koko di Camden Town, a Londra, dovranno sicuramente essere su di giri.

E invece a mano a mano che la puntata andava avanti era tutto un susseguirsi di ansie e paure. Sguardi cupi e tesi come nella sala di attesa di un dentista prima di estrarre i denti del giudizio. Pianti liberatori. Abbracci di conforto. E a fine esibizione gli emblematici sospiri di sollievo, come quelli che tiri dopo aver consegnato il compito di matematica all’esame di maturità. Tutte cose che vedi normalmente nelle anticamere dei colloqui di lavoro. La paura di fallire e la consapevolezza di avere fatto una grande fatica per prepararti. Chiudere gli occhi, buttarsi, e “o la va o la spacca”. E la speranza di riuscire a convincere l’esaminatore. Per evitare di dover ricominciare tutto daccapo dopo esserci andato così vicino.

Ma questa è arte? L’impressione che ho avuto è che questo genere di rivisitazione televisiva delle prime fasi della carriera di un cantante imponga delle dinamiche da competizione per il posto di lavoro in un mondo, quello dell’arte, che mal si adatta alla logica del “dentro o fuori”. Se convochi migliaia di giovani aspiranti cantanti e, senza aver mai ascoltato un loro album o demo, gli concedi venti secondi per intonare una canzone non stai facendo qualcosa di molto diverso da chi in un comune concorso di lavoro sottopone un test a crocette a migliaia di candidati distinti solo in base al numero identificativo.

Quando chiedi a un cantante (o più in generale ad un artista) di dare il tutto per tutto in meno di un minuto per guadagnarsi la possibilità di rimanere sotto i riflettori e di non essere rispedito nell’anonimato trasformi la performance artistica in un gesto meccanico finalizzato alla sopravvivenza. E resta davvero poco spazio per un’interpretazione autentica. In questo contesto l’obiettivo non è rielaborare in maniera personale un brano musicale per trasmettere un’emozione al pubblico, ma semplicemente cantare meglio di chi si è esibito prima di te, sperando che non ti caccino via. Più che uno show televisivo sul canto questo è uno show televisivo sulla paura di non riuscire mai a diventare un cantante.

Il concorrente si esibisce per il giudice, per convincere il custode delle porte della discografia a dischiudergli l’uscio di un sognato mondo di fama e successo. I testi e la musica sono completamente decontestualizzati, e anche smembrati per ragioni di tempi televisivi. Parole e note perdono la loro coerenza e sono ridotti a pretesto per mettere in mostra un dono fisico, la voce, e la capacità di gestirlo. Per poi rivenderlo come prodotto discografico. Si potrebbe obiettare che lo scopo di questo genere di selezioni non è fare arte, bensì scremare tra gli aspiranti cantanti.

Ma si può davvero selezionare un artista senza lasciargli fare l’artista?