Sono oltre 30 i miliardi di risarcimento chiesti all’Ilva di Taranto nell’ultima udienza preliminare del processo che vede alla sbarra 49 imputati tra i quali Nicola e Fabio Riva, membri della famiglia proprietaria dello stabilimento ionico. Una vera e propria processione quella che si è presentata ieri nella caserma dei vigili del fuoco dove si stanno svolgendo le udienze: sono oltre mille infatti le persone fisiche e le associazioni che hanno chiesto di costituirsi parte civile e sulle quali, dopo le varie eccezioni che saranno sollevate dal collegio difensivo, dovrà esprimersi il gup Vima Gilli. Dopo la decisione della Corte di Cassazione di lasciare a Taranto il processo per il disastro ambientale causato secondo la procura ionica dalle emissioni nocive dell’Ilva, l’ultima udienza è stata una interminabile sequenza di richieste di costituzione.

Dai ministeri dell’Ambiente e della Salute, che hanno chiesto un maxi risarcimento di 10 miliardi di euro per il danno morale, patrimoniale, ambientale e all’integrità fisica dei cittadini, alla Provincia di Taranto che ne ha chiesti altri 10, fino al comune ionico che ha chiesto ulteriori 10 miliardi di euro. Dalla Regione Puglia che invece ha presentato per ora “solo” una richiesta di 1 milione 600mila euro, alle famiglie degli operai morti nella fabbrica dopo il sequestro del 26 luglio. E poi ancora centinaia di operai dello stabilimento, famiglie del quartiere Tamburi, tutte le sigle dei sindacali metalmeccanici, le associazioni ambientaliste e animaliste e i proprietari di immobili deturpati dalle polveri della fabbrica. Ma nella lista sono spuntate anche delle richieste inattese come quella della Provincia di Lecce che sulla base di una perizia ha cercato di dimostrare come l’attività dell’Ilva abbia danneggiato l’immagine del Salento. Oppure l’associazione Slow Food o, addirittura, l’associazione nazionale “Giacche Verdi” composta da “volontari a cavallo per la protezione ambientale e civile”.

Insomma una elenco insolito ed eterogeneo dal quale emerge, probabilmente, il tentativo di battere cassa di alcune realtà, fisiche o giuridiche, che finora non hanno mai preso posizione nella battaglia tarantina. Le richieste, ora, sono al vaglio del giudice Gilli che il prossimo 21 novembre dovrà sciogliere la riserva e stabilire quali richieste ammettere e quali rigettare. E nei prossimi giorni arriverà anche la decisione del giudice milanese Fabrizio D’Arcangelo che dovrà esprimersi sull’istanza presentata dal commissario straordinario dell’Ilva, Pietro Gnudi, di trasferire nelle casse del gruppo di Taranto un miliardo e duecento milioni di euro sequestrati nel maggio 2013 alla famiglia Riva nell’ambito dell’indagine dei pm Stefano Civardi e Mauro Clerici nella quale Adriano Riva e due commercialisti rispondono di truffa ai danni dello Stato e di trasferimento fittizio di beni. I pubblici ministeri non si sono opposti alla richiesta, ma hanno sottolineato nei loro interventi che i soldi, qualora andassero all’Ilva, dovrebbero essere utilizzati solo per il piano ambientale, come prevede la legge, e non per altri scopi.