Chiesta l’assoluzione. Gli avvocati di Uhuru Kenyatta, presidente del Kenya, puntano sull’insufficienza di prove per far prosciogliere il loro assistito dall’accusa di aver provocato oltre mille morti e 600mila sfollati nelle violenze post elettorali che travolsero il paese tra la fine del 2007 e l’inizio del 2008.

La decisione della Corte non ha ancora una data prevista, ma intanto ciò che è successo l’8 ottobre a L’Aja è stata una prima volta assoluta: un capo di stato in carica davanti alla Corte Penale Internazionale. “Avete presentato le vostre prove. Ora tutti conoscono la verità” ha esordito il presidente all’uscita dal tribunale, accolto da una folla festante di estimatori. “Dio benedica l’Olanda, Dio benedica il Kenya, Dio benedica la CPI e Dio benedica anche voi!” ha proseguito Kenyatta, con enfasi, aggiungendo in kiswahili: “Tutti sappiamo quanto lontano siamo arrivati, tutti sappiamo perché siamo qui, tutti sappiamo dove stiamo andando. Chiunque può vedere che non c’è nulla contro di me”.

Ma non tutti i presenti erano soddisfatti, alcuni keniani residenti nei Paesi Bassi lamentavano la mancanza di un verdetto, che lascia il paese ancora nell’incertezza. Partito ieri da Nairobi, Kenyatta ha temporaneamente delegato i suoi poteri al suo vice Ruto, per non essere – almeno formalmente – il primo capo di stato a comparire davanti alla CPI nell’esercizio delle sue funzioni. Dal suo staff si premurano di far sapere che ha viaggiato come privato cittadino, portando con sé la famiglia e pagandosi il volo. Ma la sostanza non cambia. Figlio del padre della patria, Yomo Kenyatta, Uhuru è accusato di aver provocato le violenze che tra la fine del 2007 e l’inizio del 2008 insanguinarono il paese, a seguito delle elezioni presidenziali. Con lui, deve rispondere alle accuse di omicidio, deportazione e trasferimenti forzati, persecuzioni, stupro e altri atti inumani anche l’attuale vicepresidente, William Ruto. Allora, entrambi erano i principali esponenti politici delle due etnie che si scontrarono: i kikuyu di Kenyatta, maggioritari, e i luo di Ruto.

Quelle elezioni furono vinte in stretta misura da Kibaki, del partito di Kenyatta, ma dopo una lunga e difficile mediazione si giunse a istituire la figura di Primo Ministro (che non esisteva e che poi verrà di nuovo accantonata) e assegnarla allo sfidante, Raila Odinga. Una formula ripetuta nelle elezioni del 2013, che hanno portato al comando – appunto – il ticket Kenyatta-Ruto. Ciò che fece scalpore nella tornata elettorale dello scorso anno fu che nel frattempo la Corte penale internazionale aveva già aperto un fascicolo sulle violenze del 2008 e formalmente accusato i due. Ne era nata una forte polemica, non solo nazionale, ma addirittura continentale, tra chi riteneva legittimo l’operato della Corte e chi la accusava di interferenza negli affari interni e di tentativo di influenzare il voto. Kenyatta, dal canto suo, aveva avuto buon gioco nello sfruttare a suo favore le accuse, dipingendosi come un “martire” del neocolonialismo occidentale.

L’audizione giunge in una fase molto delicata del processo, poiché numerosi testimoni hanno nel frattempo ritrattato le accuse, secondo alcuni “convinti” da qualcuno a farlo, e il procedimento rischia l’archiviazione, su ammissione della stessa accusa, per insufficienza di prove. L’ex procuratore capo della CPI, Luis Moreno Ocampo, ha ammesso che il processo “non sta andando bene”, ma ha accolto la decisione di Kenyatta di presenziare come un segno “della volontà africana di cambiamento”. Di tutt’altro avviso l’attuale Procuratore capo Fatou Bensouda, gambiana, che accusa Nairobi di non cooperare con le indagini, per il rifiuto di trasmettere la documentazione bancaria e telefonica richiesta. Nonostante ciò, e grazie allo sgretolamento progressivo delle accuse e alle defezioni dei testimoni, Uhuru Kenyatta ha buon gioco a mostrarsi collaborativo nei confronti della Corte. Evidentemente non teme il verdetto, perché sa di essersi a sufficienza coperto le spalle.