Sono 160 gli emendamenti presentati in commissione Affari costituzionali della Camera alla nuova legge sul conflitto di interessi, che ha già innescato lo scontro politico perché giudicata troppo debole. Lo ha detto, contattato telefonicamente, il relatore e presidente della commissione Francesco Paolo Sisto (Fi). “Ci sono emendamenti – ha detto Sisto – di Fi, del Pd, di Sel e qualcuno di Scelta civica, mentre M5s non ne ha presentato alcuno”. In realtà la deputata Cinque Stelle Fabiana Dadone precisa all’agenzia Public Policy: “Abbiamo pronto un pacchetto di emendamenti, ma lo presenteremo solo quando arriveremo in Aula, e non in commissione, perché vogliamo che il testo arrivi finalmente in aula dopo venti anni di attesa”.

L’approdo per la dicussione è previsto l’8 ottobre. Richieste di modifiche sostanziali arrivano innanzitutto dal Pd che, spiega il deputato Francesco Sanna, punta ad allargare l’applicabilità del conflitto d’interessi non solo ai titolari di cariche di governo – come prevede il testo base – ma anche alle cariche pubbliche, e dunque ai parlamentari, ai sindaci e ai consiglieri comunali, ai presidenti di Regione e ai consiglieri regionali, ai presidenti di Provincia e ai consiglieri provinciali. Il Pd, afferma Sanna, ha presentato circa 35 emendamenti.

Sempre dal Pd arrivano proposte di modifica tese ad allargare il conflitto d’interessi anche ai benefici non strettamente economici e patrimoniali, ma anche alle situazioni “che possono influenzare l’attività politica come può essere, per esempio, la progressione di carriera di un familiare“. Se questo emendamento passasse, conferma Sanna a Public Policy, sarà conflitto di interessi per un ministro avere un figlio in una azienda controllata o partecipata dal suo dicastero.

E il possesso dei media, tema di infuocato di scontro ai tempi dei governi Berlusconi? La riforma in discussione non lo cita espressamente come motivo di conflitto, cosa che invece fa un emendamento di Sel. Che chiede di inserire 
“il caso specifico di quanti controllando, direttamente o indirettamente, società concessionarie, si trovano in una posizione che, in taluni casi (come nel settore delle comunicazioni), può conferire loro una capacità di influenza sull’opinione pubblica (e, quindi, sull’elettorato) incompatibile con le regole del sistema democratico e, in particolare, con il principio delle pari opportunità di accesso alle cariche elettive dettato dall’articolo 51 della Costituzione”.