Una sventurata profezia di Isaia e una frase allegorica dal Pinocchio di Carlo Collodi. A uno scrittore che sceglie un tale iperbolico testacoda di citazioni a mo’ di epigrafe, va assolutamente concesso il beneficio di un’attenta lettura per tutte le rimanenti 365 pagine del suo ultimo, terzo, e tragicomico romanzo “Peep Show” (in uscita per Marsilio dal 1 ottobre 2014). L’autore è il 36enne Federico Baccomo che, per raccontare in forma romanzata e con supremo sarcasmo quella Milano bene del foro, dell’aperitivo e dei grattacieli alti dove più sali e più t’accechi (Studio Illegale, La gente che sta bene), si è licenziato dallo studio di avvocati dove lavorava e ha aperto un blog sotto il ‘nom de plume’ di Duchesne. Storia che pare dimenticata, eravamo nel 2007-2008, ma sempre orientata verso la ricerca di una singolare celebrità contemporanea che in Peep Show diventa un corrosivo e cinico ritratto della società dello spettacolo e, che Guy Debord ci perdoni, della comunicazione web.

Nicola Presci, anzi “co-la-ni-co-la” come il pubblico tv lo osanna in coro, è un unto dall’effimera celebrità del reality: l’altare della vittoria al Grande Fratello e l’immediato successivo abisso nell’assenza di notorietà mediatica che non gli permette più di vivere normalmente. “E’ un sentimento comune, di cui sono vittima anch’io”, spiega Baccomo al fattoquotidiano.it, “Warhol l’ha teorizzata nei “15 minuti di celebrità”, quell’essere famoso a tutti i costi che oggi si è trasformato, che so, nel piedistallo di un social network dove si mostrano in pubblico gioie e dolori personali. Una pornografia di sé stessi che non biasimo, ma che anzi trovo superficiale liquidare come banale: è una pulsione che esiste”. Così inizia il viaggio nella vita di Nicola Presci, ragazzo fortunato, con mamma al telefonino, conoscenze importanti millantate e un’ultima occasione per rientrare nel giro che conta: “Ormai è facile diventare celebri per un istante. A me invece interessava esplorare l’abisso speculare al vertice toccato dal protagonista. Volevo vedere cosa c’era in quella testa lì. Porto il cinismo all’estremo per ridere e far ridere su qualcosa che sappiamo essere realmente mostruosa”. Nessuna full immersion o intervista agli ex concorrenti GF, ma qualche ironica questione da cui partire (“ma che fine hanno fatto il protagonista del Sesto Senso, Macaulay Culkin o anche solo Totò Cascio? Cosa c’era nella loro testa quando raggiunsero vette di celebrità mondiale?”) e la stella polare posizionata in una delle massime dello sfortunato maitre a penser Pietro Taricone: “In una intervista che lessi, disse: “Hai una Porsche e due barboni di fronte a te. Uno lo fai salire e lo porti in giro con l’auto di lusso, l’altro invece rimane lì. Soffre di più quello che ha fatto il giro e che hai riportato indietro o quello che è rimasto lì e non sa cosa si sta perdendo?” Sia chiaro, aggiungo io, non ho una risposta da dare a questa domanda”.

In Peep Show con ironici colpi di maglio a suon di ribaltamento dei loro positivi cliché, vengono mantenuti i nomi celebri di personaggi famosi: “Sono circa 80. Ho usato i loro nomi senza storpiarli, sarebbe stata una caricatura poco verosimile. Spero capiscano, è un romanzo sulle macerie della celebrità, se non crei un contesto credibile la storia cede”. Alessia Marcuzzi è così più cinica e invadente di quella in tv, gli impegnati Saviano, Jovanotti, Benigni e Rosy Bindi sono, in privato, o cattivissimi ed egoisti narcisi o ancora assatanati di sesso. Sul comodino Paolo Nori e Dino Buzzati, Baccomo pare far riecheggiare un “è la letteratura bellezza”, il mezzo narrativo più potente rimasto in circolazione: “I libri saranno in crisi di vendite, ma la letteratura ha più forza di film e serie tv. Si ottengono grandi risultati senza troppi compromessi. Puoi far esplodere una bomba di senso senza avere problemi di budget o di eterogeneità di risorse come in un film. A esempio ne “I Demoni” Dostoevskij prefigura il terrorismo, nei suoi libri Jules Verne anticipa di secoli la fantascienza di mille spunti cinetv, Inception di Nolan esisteva già in un racconto di Paperino trent’anni fa”.