Non ci sarà più la merenda per i bimbi delle scuole d’infanzia. E a pranzo vietato chiedere il bis di un piatto. La spending review a Piacenza passa anche attraverso il cibo per i più piccoli. Il sindaco del Partito democratico Paolo Dosi e l’assessore all’Istruzione Giulia Piroli hanno deciso il taglio per risparmiare 40mila euro all’anno in un sistema mense che annualmente costa all’amministrazione 4 milioni e 900mila euro. Una decisione che ha scatenato numerose polemiche nei partiti d’opposizione, ma soprattutto tra i genitori. “Non stiamo rubando la merenda a nessuno”, ha detto il primo cittadino. “Solo così”, si è giustificata l’assessore, “siamo riusciti a non aumentare le tariffe”. E ha aggiunto: “Nelle città governate dal centrodestra si fa mangiare solo chi paga. Da noi invece nessuno resta senza mensa”.

L’amministrazione comunale ha difeso la sua posizione in una conferenza stampa. “Distribuiremo”, ha detto il sindaco Dosi, “più frutta durante la mattinata così, chi dovesse svegliarsi dal sonnellino pomeridiano e ne sentisse il bisogno, potrà consumarla al posto della merenda”. Ma non è la prima volta che i tagli colpiscono il cibo e le mense scolastiche. La prima vittima infatti era stato il menù del pasto: da settembre infatti ruota su quattro settimane e non più su sei con conseguente minor varietà di alimenti e i “bis” dei piatti non possono più essere chiesti dai bambini.

Provvedimenti tanto inaspettati che la Consulta comunale “Servizi educativi, scuola, formazione e giovani” li ha definiti “una soluzione inadatta a affrettata perché – si legge in una nota – una corretta ed equilibrata alimentazione costituisce per i bambini un indispensabile presupposto per uno sviluppo psicofisico ottimale”. A dare battaglia in consiglio comunale anche i partiti d’opposizione che hanno duramente attaccato la decisione della giunta. E il 22 settembre scorso si sono presentati in consiglio comunale con una t-shirt con la scritta: “Ridateci la merendina”.

“Hanno toccato il fondo – ha detto il consigliere di Fratelli d’Italia Tommaso Foti -. Se la giustificazione è che da decenni c’è uno spreco, allora bisogna credere che prima qualcuno in Comune dormisse. Sarebbe necessario interpellare la Corte dei conti per gli sprechi pregressi e la complicità di chi votava i bilanci. Inoltre è stata un’iniziativa senza comunicazione, né in commissione né durante la presentazione del bilancio”. Non è stato più tenero Massimo Polledri della Lega Nord: “E’ una scelta che mi pare non arrivi dagli studi delle dietologhe, visto che qualsiasi tabella prescrive che a metà pomeriggio vi sia uno spuntino. Lo hanno fatto per risparmiare ma è un’ingiustizia, perché tolgono la merenda e si vantano di non variare le rette scolastiche”. D’accordo con loro Marco Colosimo di Piacenza viva: “Doveva essere convocata una commissione per la revisione della spesa, anche se parliamo di 40mila euro su quasi 5 milioni di euro”. Ha picchiato duro poi Filiberto Putzu di Forza Italia: “Vi rendete conto che togliete ai bimbi la merenda per risparmiare 40mila euro, vale a dire meno dell’1 per cento della spesa? E per ridurre gli sprechi eliminate tutto il servizio? Le due ultime novità sono addirittura grottesche: proibite il bis alle mense delle elementari e consentite ai bambini di portare a casa la frutta avanzata, scatenando un fenomeno a mio avviso pericoloso”. Prese di posizione sono arrivate congiuntamente anche dai sindacati. Cgil, Cisl e Uil. Si sono uniti alle critiche del centrodestra i tre consiglieri 5 Stelle. Andrea Gabbiani se ne è fatto portavoce: “Non crediamo che gli sprechi nella refezione scolastica siano le merende ma ben altri capitoli di spesa. Se per fare cassa si toccano gli spuntini dei bambini siamo alla canna del gas a livello locale, grazie anche ai continui tagli del governo”.

E inaspettatamente, pur con dei distinguo di merito, è arrivata la critica dal consigliere del Pd, Cristian Fiazza, ex capogruppo in consiglio e che conosce bene gli umori all’interno del partito: “Nel metodo c’è stato un cortocircuito – ha ammesso -. L’unica cosa che fa male di un rimprovero è la sua verità. E parte di verità è presente nelle parole dell’opposizione. La decisione non è stata presa con condivisione, come sarebbe dovuto essere” ha detto, dichiarandosi però d’accordo nel merito: “La questione è accettabile, perché i bambini svegliati alle 15.15 vengono prelevati alle 16 dai genitori e molto spesso non usufruiscono del pasto, che va sprecato per il 50%”.

Proprio sullo spreco si sono concentrate le giustificazioni dell’assessore all’Istruzione da qualche giorno nell’occhio del ciclone: “Le merendine al pomeriggio sono retaggio del passato, quando tutte le scuole finivano alle 18. Per l’unico istituto che ha mantenuto quell’orario rimarranno, per le altre no, perché la metà non venivano consumate”. In questo modo, ha sottolineato Giulia Piroli, “siamo stati in grado di non aumentare le tariffe, se non da 1 a 4 centesimi, un lieve adeguamento Istat”. L’assessore, poi, ha tenuto a rispondere politicamente sul tema, precisando che “nelle città amministrate dal centrodestra, i figli di chi non paga non mangiano. Noi non arriveremo mai a questo, nonostante una morosità del 13% (400mila euro l’anno) da parte dei genitori in difficoltà. A Piacenza nessun bambino rimarrà senza mensa”.