Sono scattati all’alba i primi raid americani contro l’Isis in Siria. L’offensiva statunitense è supportata da cinque paesi arabi e il regime di Damasco ha fatto sapere di essere stato informato dagli Usa degli attacchi sul proprio territorio. Il Dipartimento di Stato americano, però, smentisce, dichiarando di aver agito in piena autonomia. L’offensiva militare è massiccia: aerei da combattimento, bombardieri e missili Tomahawk lanciati dalle navi hanno colpito nel corso della notte obiettivi nel nord del Paese, nella provincia di Raqqa, roccaforte dei jihadisti dell’autoproclamato califfato. Secondo l’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus) sono circa 120 i miliziani rimasti uccisi durante l’attacco. Nella mattinata di martedì, altri 22 raid americani hanno colpito la regione di Bukamal, al confine con l’Iraq. Colpite anche postazioni di Jabhat al-Nusra, gruppo affiliato ad al-Qaeda, nelle province di Idlib ed Aleppo, nella Siria nordoccidentale. Intanto, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha annunciato che anche la Turchia prenderà parte alla coalizione anti-Isis, dopo il rilascio da parte dei miliziani dei 49 ostaggi turchi che avevano frenato il governo di Ankara sulla decisione di schierarsi contro il califfato. Secondo quanto riporta il quotidiano Zaman, il presidente turco avrebbe valutato positivamente i raid americani, sostenendo che devono “proseguire senza interruzioni, sarebbe sbagliato fermarli”.

Pentagono: “Terroristi pronti ad attaccare l’Occidente”
Le indicazioni iniziali sono che i raid di ieri sera in Siria hanno avuto “successo”, ha fatto sapere il portavoce del Pentagono, John Kirby, sottolineando peraltro che i raid Usa di ieri sono “solo l’inizio”. Il gruppo Khorasan, legato ad al Qaeda, ha detto ancora Kirby, si apprestava a sferrare “attacchi importanti” contro obiettivi occidentali e probabilmente negli Stati Uniti. Non solo: il gruppo Khorasan stava progettando anche attentati con bombe nascoste sugli aerei. Lo rivelano – secondo quanto riferisce la Cnn – fonti dell’intelligence Usa, spiegando come questa sia stata una delle opzioni e come non si conosca al momento quali fossero i bersagli. Sarebbero stati utilizzati dentifrici e abiti esplosivi.

Fonti mediche: “Uccisi 7 bambini”
Ci sono sette fra bambini e ragazzi (neonati inclusi) e due donne, tra le 11 vittime identificate dei raid aerei della coalizione guidata dagli Usa nel nord-ovest della Siria. Lo riferiscono fonti mediche di Idlib che forniscono una lista dettagliata delle generalità delle persone uccise a Kfar Deriyan.  

Obama: “Chi minaccia l’America non troverà rifugio”
Nel pomeriggio di martedì, il presidente degli Stati Uniti ha parlato dalla Casa Bianca per riportare alla nazione gli esiti dei primi raid aerei in territorio siriano. Barack Obama ha dichiarato che quella che si sta combattendo non è una guerra che riguarda solo gli Usa e che ci vorrà tempo per sconfiggere lo Stato Islamico. “Chiunque cerca di danneggiare, colpire l’America non verrà tollerato e non gli verrà dato modo di rifugiarsi in alcun luogo nel mondo”, ha poi annunciato il Capo dello Stato, raccogliendo così la sfida lanciata dall’Isis all’Occidente. A tal proposito, ha specificato, “abbiamo sventato un complotto di Al Qaeda in Siria contro gli Stati Uniti e i nostri alleati”. Il sostegno dei Paesi arabi negli attacchi aerei alla Siria mostrano “che questa non è la lotta solo dell’America”. Il presidente Usa ha poi voluto ricordare che le operazioni in corso riscuotono l’appoggio bipartisan della maggioranza del Congresso.

Il botta e risposta sull’autorizzazione ai raid
Nell’arco della giornata di martedì si sono susseguite dichiarazioni contrastanti riguardo alla richiesta di autorizzazione che gli americani avrebbero girato ad Assad. Il governo siriano dichiara di essere stato avvertito dell’inizio dei raid degli Stati Uniti: “Gli Usa ci hanno informato, con una lettera inviata direttamente dal segretario di Stato John Kerry al rappresentante permanente alle Nazioni Unite a New York, che ci sarebbero stati attacchi contro lo Stato Islamico a Raqqa”. Pronta la smentita del Dipartimento di Stato americano riguardo alle dichiarazioni del governo di Damasco. Gli Usa fanno sapere di non aver mai informato o chiesto il permesso alla Siria per dare il via ai raid contro lo stato Islamico: “Abbiamo avvertito la Siria di non contrastare i velivoli statunitensi”. La Russia, attraverso il suo ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, ha voluto così ribadire che, per portare avanti i raid nel paese, è necessario il fermo consenso del governo siriano. Anche il presidente iraniano, Hassan Rouhani, condanna l’azione militare americana definendola un attacco alla Siria. 

Cinque paesi arabi hanno partecipato ai raid
Fonti ufficiali Usa riferiscono che i raid sono cominciati intorno alle 8.30 ora della costa est (le 2.30 di stanotte in Italia) e sono stati condotti precisamente da Stati Uniti, Bahrain, Qatar, Arabia Saudita, Giordania ed Emirati arabi uniti. I paesi del Golfo hanno fornito basi militari. La Giordania, invece, ha messo a disposizione i propri servizi segreti. La prima ondata di attacchi è finita dopo 90 minuti, ma secondo una delle fonti la durata dell’operazione è prevista di diverse ore. I Tomahawk vengono lanciati da navi Usa che si trovano nel nord del Golfo Persico e nel Mar Rosso. Nel Golfo si trova la portaerei Usa USS George H.W. Bush. Nessuno dei raid di oggi è stato condotto con droni, ma l’Osservatorio siriano per i diritti umani fa sapere che gli attacchi sono avvenuti dopo che alcuni di questi mezzi hanno sorvolato le aree sotto il controllo dello Stato islamico. L’osservatorio riporta che sarebbero oltre 120 i miliziani uccisi durante la prima ondata di raid.

Distrutti almeno 190 obiettivi
Secondo quanto riferisce il
Washington Post, gli Usa avevano individuato almeno 20 obiettivi da colpire nella prima ondata di bombardamenti in Siria, che fa seguito ad una campagna avviata già lo scorso 8 agosto contro obiettivi dell’Isis in IraqDa allora, a ritmo quotidiano, i caccia americani hanno preso di mira e distrutto almeno 190 obiettivi. Fino ad ora è stata però soprattutto una campagna a carattere di difesa, per proteggere il personale diplomatico e militare americano nel Nord dell’Iraq e per sostenere le forze irachene impegnate a contrastare l’avanzata dell’Isis nella regione della strategica diga di Mosul e verso la città di Erbil, capitale del Kurdistan iracheno. Questa volta, secondo le indicazioni, gli obiettivi presi di mira sarebbero nel ‘cuore’ dello Stato islamico, a Raqqa, la città nel nord della Siria dove il califfo Abu Bakr al Baghdadi ha posto la sua ‘capitale’. In particolare si parla di centri di comando e controllo e di campi di addestramento e di depositi di armi e munizioni. La conferma sembra arrivare proprio dagli abitanti della città, che via Twitter riferiscono di numerose esplosioni e di continui sorvoli di aerei da guerra.