Se sul palco di un periodo storico sono i suoi stessi accadimenti a influenzarne i personaggi, a distanza di anni saranno invece i personaggi a caratterizzare in un attimo quella stessa era. Accade in politica e nelle arti, nella musica e nella letteratura e così, anche nella moda. O meglio, nello stile: perché dopo oltre trent’anni, parlare di quella vague ribelle intrisa di classe francese che caratterizzò la Parigi inizio anni Settanta vuol dire parlare (anche) delle sue “bande” irriverenti. Da quella che circondò, protesse e decretò il successo di Yves Saint Laurent emersero personaggi che, anche fuori dal riflesso di notorietà del grande couturier, seppero brillare di luce propria.

Spicca fra queste la figura di una delle sue sacre muse, modella e creativa: Loulou de la Falaise, incarnazione di charme parigino e scomparsa nel 2011. Un nome celebrato ora nel libro in uscita Loulou de la Falaise (Ed. Rizzoli Usa), per evocare in un attimo tutto il profumo di quell’epoca con oltre 400 fotografie di nomi come Helmut Newton e Richard Avedon, Steven Meisel e Bettina Rheims. Si torna così ad anni folli e stravaganti, quando il piglio hippie Saint Laurent furoreggiava sul lungo Senna di una città dove, nel 1966, l’inaugurazione della boutique Saint Laurent Rive Gauche proponeva per la prima volta una collezione di prêt-à-porter con il nome di un grande stilista. Pochi anni dopo, il primo incontro di Yves e Loulou: amore a prima vista. Fra un genio della bellezza e una anglo-francese le cui origini portavano già scritto un sicuro successo: padre nobile intellettuale, madre artista e amata da Cecil Beaton nonché musa della couturière Elsa Schiaparelli, uno zio fondatore del celeberrimo club londinese Annabel’s. Inizia nel 1972 a disegnare i gioielli per le collezioni Saint Laurent, ma non solo: con il suo charme etnico e coloratissimo, folk al punto giusto, contribuì a ispirare lo stilista sotto ogni aspetto.

Lo dimostrò persino il suo matrimonio con Thadée Klossowski de Rola, figlio del pittore Balthus e parte integrante dell’entourage di Yves; fu proprio quest’ultimo a organizzare la cerimonia in stile indiano (che ebbe luogo nello Chalet des île del bois de Boulogne, poco distante da Parigi) e a disegnare gli abiti degli sposi. Lei, con turbante ornato di piume, lunghe collane, cinture con pon-pon e pantofoline, raccontò così la stessa giornata: «Avevamo invitato amici cari ma anche sconosciuti, o persone che avevamo voglia di incontrare… Era la prima volta che un tale mélange di classi sociali, età e professioni invadeva Parigi. Un cocktail di personaggi desideroso di scoprirsi, dove persino amici punk francesi gioivano all’idea di conoscere altre personalità più austere e prestigiose: un po’ come uno zoo». Dedita alla propria linea di abiti e gioielli dal 2002 (anno di vendita del marchio Yves Saint Laurent), le sue collezioni proseguono nella sessa corrente di colore e ispirazioni etniche, creando gioielli venduti fino alla boutique dei Gardini di Majorelle a Marrakech: “seconda casa” e luogo iconico per Yves e ogni persona a lui cara. Ma questa è un’altra storia… che trova però subito una soluzione in un altro nuovissimo libro come Yves Saint Laurent: A Moroccan Passion (Ed. Abrams). Per entrare nel vivo del luogo prediletto dallo stilista, attraverso le parole del suo compagno di una vita Pierre Bergé.

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