Nella vita e nell’arte siamo sempre simultaneamente in molti punti per volta. È quel che si prova ascoltando il disco d’esordio di Domenico Imperato, cantautore, cantante e chitarrista con i piedi affondati nella terra, e gli occhi e le braccia aperte al cielo. Uno che non ha alle spalle una comparsata in un reality show, bensì una lunga gavetta da cantante iniziata accompagnando il padre, tenore napoletano, nelle sue esibizioni durante le cerimonie nuziali. Presto, però, raggiunge lidi più lontani: prima il Portogallo, a Lisbona, e poi il Brasile, a San Paolo. Anni di viaggi e spostamenti in cui si avvicina ai mondi musicali e poetici della musica brasiliana, portoghese e africana, raccolti in Postura Libera, il suo disco d’esordio composto da 10 brani che sono un mix tra suoni tropicali e mediterranei. Un buon punto d’inizio per un cantautore che fa della originalità il suo punto di forza, servendosi di una tavolozza di colori atipica: il mondo musicale brasiliano e il successivo lavoro di produzione a San Paolo. Abbiamo intervistato Domenico Imperato per saperne di più sulla sua storia e sul suo disco d’esordio.

Parliamo del tuo disco d’esordio Postura Libera.
Questo disco è un punto di arrivo dopo tanti anni di musica. Ho provato a metterci dentro un mondo musicale e poetico eterogeneo, eclettico e con sfumature diverse ma cercando di mantenere un filo conduttore unico tra una canzone e l’altra. Mi piace definirlo un disco ‘geminiano’, nato come me nel segno dei Gemelli, a metà strada tra due mondi e due paesi: il Brasile che mi ha accolto e fatto appassionare con tutta la sua generosità e ricchezza, e l’Italia, con il Sud delle mie origini, che mi ha cresciuto e che mi scorre nel sangue. È stata anche una piccola impresa, nel senso che il lavoro grosso di produzione e registrazione è stato fatto in Brasile a San Paolo con due giovani musicisti e produttori. È stata una scelta azzardata e coraggiosa, ma la rifarei. Abbiamo lavorato in un piccolo studio con tutti musicisti brasiliani ed è stata un’esperienza unica. Avevo avuto la fortuna di incontrare e conoscere questo giro di musicisti e cantautori, che praticamente rappresentano il nuovo movimento musicale Paolista, e alla fine ho deciso di approfittarne.

Dopo una simile esperienza, come è stato tornare in Italia?
Tornato in Italia mi sono dovuto reinserire nel giro musicale dopo quasi 4 anni all’estero e non è stato facile. Poi quando ci sono riuscito mi sono imbattuto in alcuni personaggi, produttori artistici anche importanti, con i quali ho condiviso un pezzetto di strada ma che non mi hanno, a conti fatti, aiutato. Anzi il disco è rimasto per un periodo bloccato e chiuso in un cassetto. Io ho continuato a scrivere, suonare e ho fatto molte cose, tra cui diversi premi in giro per la penisola. Diciamo che la cosa si era un po’ complicata, anche a causa del periodo di crisi che ha colpito l’Italia e l’Europa rallentando un po’ tutto. Ma alla fine, con molta pazienza, ho riaperto tutto il lavoro e sono riuscito a trovare la chiave, a mio avviso, giusta per la finalizzazione e pubblicazione.

Perché hai deciso di intitolarlo Postura Libera?
Postura Libera è il titolo di uno dei brani del disco. In questa canzone ho usato la parola ‘postura’, che normalmente è legata alla fisicità, accostandola invece a immagini e versi che evocano più il mondo della spiritualità, dell’anima, dell’emotività, del pensiero. È il brano più politico, a modo mio, del disco, ed è un piccolo mantra che suona come una dichiarazione d’intenti e, per l’appunto, anche politica. L’indipendenza e la possibilità di muoversi in maniera del tutto libera sono imprescindibili per un artista e per qualsiasi essere umano, dall’operaio al politico che siede in Parlamento, soprattutto per ottenere dei buoni risultati nel suo campo di lavoro. Sappiamo bene che molte volte bisogna coltivare questa libertà con coraggio, andando magari controcorrente rispetto a un piatto pensiero dominante. Che spesso non ci si può comportare in maniera del tutto libera, per delle restrizioni che ci vengono direttamente o indirettamente imposte. Io ho individuato in queste due parole una sintesi di tutto il lavoro e il mondo musicale e testuale del disco. La mia linea di lavoro è stata proprio quella di muovermi in maniera del tutto curiosa e libera tra generi, possibilità, lingue e melodie disparate cercando di creare una mia personale postura.

Mi dai una definizione più precisa di “tropicalismo mediterraneo”?
Antropofagia di ritorno. Il Tropicalismo è stato il movimento musicale brasiliano degli anni 70 guidato da Caetano Veloso e Gilberto Gil principalmente. Loro divoravano la nostra musica, in una sorta di cannibalismo culturale, per poi creare canzoni di musica popùlar brasiliana. Per loro è stato un processo creativo di questo tipo fin dai tempi di Villa Lobos o anche della Bossa Nova… cercavo la loro identità rispetto alla cultura occidentale dominante, colonizzatrice, e cercavo anche la loro arte ‘nazionale’, in quanto Paesi con una storia molto più recente. Io ho provato a divorare il Brasile perché esteticamente ricco e per usare figure diverse e nuovi stimoli per la forma canzone italiana. Tropicalismo quindi per queste forti influenze brasiliane e per questo metodo ‘artistico’ di contaminazione e di sviscerato cannibalismo culturale; mediterraneo perché in questi canti c’è dentro tanto del mio dna, il mio sangue… e il mio sangue è in un triangolo del sud Italia che si crea unendo con una linea Pescara, dove sono cresciuto, Acquaviva delle Fonti, vicino Bari, il paese d’origine di mia madre e Napoli dove è nato mio padre. Tutte terre nel mezzo del Mar Mediterraneo che è un crocevia di culture, ritmi, poesie e melodie incredibili, e che a mio avviso sento appartenermi tantissimo, molto più ad esempio della popular music anglo-americana con la quale sono cresciuto.