“Steven è stato venduto ai jihadisti dai ribelli moderati siriani“. Lo ha dichiarato Barak Barfi, portavoce della famiglia di Steven Sotloff, il secondo giornalista americano decapitato dai miliziani dell’Isis, ai microfoni del programma della Cnn, Anderson Cooper 360, citando “fonti al confine tra Siria e Turchia“. Il nome del reporter sarebbe stato diffuso dai ribelli moderati che, per l’informazione, avrebbero ricevuto una ricompensa “tra i 25 e i 50 mila dollari” da parte degli uomini del califfo Abu Bakr al-Baghdadi. Le dichiarazioni dei familiari di Sotloff arrivano pochi giorni dopo la richiesta che il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha rivolto al Congresso per ottenere l’autorizzazione a finanziare con 500 milioni di dollari i ribelli moderati siriani, “gli stessi che – dicono dalla famiglia – avrebbero venduto Steven all’Isis”. Intanto, si continua a combattere nei territori di confine con il califfato islamico e il gruppo armato sciita iracheno di Amerli, città a nord di Baghdad appena riconquistata dai combattenti anti-Isis, ha diffuso un video shock che mostra i miliziani che festeggiano con in mano due teste mozzate di jihadisti sunniti.

Il portavoce della famiglia Sotloff offre una ricostruzione dettagliata dei fatti, riportata dalla sue fonti al confine turco-siriano: “Il nome di Steven – spiega – era venuto fuori già prima che lui entrasse in territorio siriano. Appena varcato il confine, qualcuno ha avvertito telefonicamente gli jihadisti così che loro hanno potuto organizzare un falso checkpoint. Quando Steven e le persone che erano con lui lo hanno incontrato non potevano sfuggire”. Il racconto del portavoce scende nello specifico: “Il nome di Sotloff era in una lista di probabili responsabili per l’attentato a un ospedale. Ovviamente questo è falso, ma i ribelli lo hanno venduto ai terroristi per una cifra tra i 25 e i 50 milioni di dollari”.

Le affermazioni di Barfi arrivano poche ore dopo le pressioni esercitate da Obama sul Congresso per ottenere altri 500 milioni di euro per finanziare i ribelli moderati siriani nella lotta contro lo Stato Islamico. Le informazioni diffuse dalla famiglia, se confermate, potrebbero causare un brusco stop ai piani del presidente americano che, così, dovrebbe rivedere il progetto delle 3 fasi in 3 anni che verrà presentato mercoledì in un discorso alla nazione. Obama incontrerà i leader democratici e repubblicani del Congresso per chiedere l’autorizzazione di un fondo di 5 miliardi di dollari per la realizzazione dell’intero programma.

L’ok del Parlamento è tutt’altro che scontato e i rappresentanti americani sono cauti sulle misure da adottare per sconfiggere i miliziani di al-Baghdadi. Un’operazione di terra è improbabile e lo stesso Obama l’ha subito esclusa: “Non ci sarà un intervento simile al 2003”, ha assicurato. La discussione si è spostata, piuttosto, sulle modalità con cui l’amministrazione intende portare avanti il piano, con alcuni membri del Congresso che, da ambo le parti, chiedono chiarimenti. Se gli ultraconservatori si dicono favorevoli all’intervento armato, i democratici prendono in considerazione solo raid aerei mirati, ma, insieme a un gruppo di repubblicani, chiedono maggiori chiarimenti: “Voglio sentire il Presidente spiegare cosa sta facendo e la sua giustificazione per questo” ha dichiarato il senatore Richard J. Durbin, uomo politico vicino a Obama. Molti legislatori fanno dipendere la loro approvazione del programma da alcuni particolari che Obama dovrà chiarire nel suo discorso alla nazione di mercoledì. Ad esempio, i membri del Congresso vogliono conoscere l’esatta durata dell’operazione, sapere quali paesi hanno aderito alla coalizione anti-Isis e quale contributo hanno intenzione di offrire e se il progetto dell’amministrazione comprenda anche i territori dello Stato Islamico in Siria, oltre che in Iraq.

Intanto, ad Amerli, città a nord di Baghdad appena riconquistata dalla coalizione che combatte contro il califfato, i jihadisti sciiti hanno fatto circolare un video che li riprende mentre mostrano due teste mozzate di miliziani dello Stato Islamico con la barba completamente rasata. “Ecco il nostro messaggio allo Stato Islamico”, dicono i combattenti iracheni nel video mentre intonano un ritornello anti-sunnita. Il filmato è la testimonianza di come il conflitto si stia inasprendo all’interno del paese, con il pericolo dell’acuirsi di un nuovo odio settario. Proprio la persecuzione dell’ex governo sciita, con a capo Nuri al-Maliki, nei confronti della popolazione sunnita del paese è stata una delle cause dell’avvento dello Stato Islamico. Il nuovo governo, presieduto dallo sciita Haider al-Abadi, ha invece intrapreso una politica di inclusione di tutte le rappresentanze religiose ed etniche del paese, riscuotendo l’approvazione delle tribù sunnite di al-Anbar e delle popolazioni di etnia curda