In 78 anni di vita aveva collezionato tanti successi e altrettanti segreti. Adesso, sia gli uni che gli altri se ne vanno via insieme a lui, che ieri (martedì 2 settembre) è morto dopo una lunga malattia a Santa Marinella (Roma). I suoi uomini lo adoravano. Mentre i suoi avversari lo chiamavano “Lo squalo”, perché l’ex generale dei carabinieri Francesco Delfino per mettere a segno “colpi” investigativi contro mafia e terrorismo non si faceva certo scrupoli. E’ per questo che la carriera di questo brigadiere che pian piano ha scalato i ranghi dell’Arma è segnata da una linea d’ombra. Un confine labile, dove il bene e il male si mischiano e danno vita alla realtà, spogliata dalla retorica.

La storia di questo alto ufficiale calabrese (nato a Platì) è come la storia italiana: mai limpida, sempre in bilico tra lecito e illecito. L’impronta di quel figlio di un maresciallo cacciatore di latitanti sull’Aspromonte è rimasta impressa su tante vicende oscure della Repubblica. Nel ’93, ad esempio, quando Delfino è generale di brigata e comanda i suoi carabinieri in Piemonte. E’ sotto di lui che l’8 gennaio di quell’anno venne arrestato a Novara Balduccio Di Maggio, autista di Totò Riina. L'”uomo d’onore” collaborò da subito, parlò, e tanto. Confidò al generale informazioni che portarono alla cattura a Palermo, il 15 gennaio, del capo dei capi grazie al blitz del Ros di Mario Mori e del capitano Ultimo. Questa la versione ufficiale, sporcata dalle rivelazioni di Massimo Ciancimino e del pentito Tullio Cannella che raccontano una storia meno nobile, dove Riina “l’inafferrabile” è in realtà una pedina venduta agli “sbirri” da Bernardo Provenzano, sullo sfondo del grande gioco della trattativa.

Diciannove anni prima di quel fatidico ’93 – ancora tutto da decifrare – Delfino aveva condotto altre indagini, altrettanto importanti, segnate da altrettanti misteri. All’inizio degli anni settanta, l’allora capitano arrivò a Brescia dopo essersi fatto le ossa in Sardegna contro l’Anonima sequestri e il business dei rapimenti di persona. Intanto l’Italia era dilaniata dalle bombe, una delle più micidiali esplose in piazza della Loggia il 28 maggio del 1974, uccidendo 8 persone. L’ufficiale del Nucleo investigativo prese in mano le indagini. Ma 30 anni dopo arrivò dai magistrati l’accusa più infamante per uno che come lui “è carabiniere dentro”: aver depistato il lavoro per accertare chi mise quella bomba e coperto i terroristi di destra. Venne rinviato a giudizio per concorso in strage, poi assolto in appello, senza che la procura faccia ricorso.

Dopo Brescia approdò al Sismi, è il 1978. Rimase nell’intelligence militare per 9 anni. Si occupò della morte del numero uno del Banco Ambrosiano Roberto Calvi, trovato impiccato sotto il ponte dei Frati neri a Londra nel 1982. “Si ha suicidato”, racconterà poi di aver riferito al presidente del Consiglio Giovanni Spadolini, dando credito all’ipotesi che la morte del banchiere fosse una messa in scena architettata. Sempre nell’ambito delle indagini su Calvi, Delfino riuscì a mettersi sulle tracce dei faccendieri della P2 Francesco Pazienza e Flavio Carboni. Due catture importanti che però non servirono a mettere tutti i tasselli a posto in quel mosaico tra mafia, finanza e massoneria che si nasconde dietro la morte di Calvi.

Delfino si occupa anche di terrorismo rosso, soprattutto a Milano, dove nel ’77 è alla guida del reparto operativo. Ma nel ’94 le dichiarazioni del primo “grosso” pentito della ‘ndrangheta cercano di gettare ombre su quella fase della sua carriera. Saverio Morabito racconta che il 16 marzo del ’78, in via Fani, insieme al commando Br, era presente anche Antonio Nirta, un confidente di Delfino. I magistrati di Milano cercano riscontri, non ne trovano e la vicenda finisce archiviata.

La sua carriera finì lì dove era iniziata: con i sequestri di persona. Nel ’98 saltò fuori che Delfino portò avanti una trattativa segreta con i rapitori di Giuseppe Soffiantini, un imprenditore di Brescia che l’ufficiale conosceva da anni e che venne sequestrato l’anno prima. Per farlo liberale il generale si fece consegnare 800 milioni di lire dalla famiglia per arrivare ai rapitori sardi. La condanna per truffa aggravata è la lapide alla sua vita nei carabinieri. L’Arma lo sospese dal servizio. Prima del giudizio definitivo della Cassazione arrivò il congedo che gli donò il grado di generale di brigata. Oggi arrivano le parole di Soffiantini: “Mi sono sentito tradito perché aveva tenuto per sé soldi che la mia famiglia aveva dato per salvarmi la vita”.

Delfino non ha mai nascosto le interferenze che Stati Uniti, Urss e Israele hanno avuto nel nostro Paese durante la Guerra Fredda. E non ha mai fatto mistero di essere a conoscenza di grandi segreti della storia italiana, alcuni dei quali se ne sono andati via per sempre con lui.