Depotenziare l’articolo 18. Cancellandone il cuore, cioè il diritto di reintegro nei casi di licenziamento senza giusta causa, peraltro già limitato dalla riforma Fornero. E’ l’indicazione che arriva dal rapporto annuale sull’occupazione dell’Ocse. Nel capitolo dedicato all’Italia l’organizzazione parigina, dopo aver tracciato una fotografia molto dura del nostro mercato del lavoro, auspica che il Jobs Act “sia approvato e reso operativo rapidamente in modo da ridurre i costi di licenziamento e l’incertezza sull’esito dei licenziamenti economici”. In che modo? Sostituendo il reinserimento in azienda con “un’indennità crescente con l’anzianità di servizio”. Una proposta identica a quella contenuta nell’emendamento del senatore Pietro Ichino al disegno di legge delega che prevede il contratto di inserimento a tutele crescenti e costituisce il secondo capitolo del Jobs Act (il primo è il decreto Lavoro entrato in vigore a maggio). Proposta su cui Matteo Renzi sembra possibilista, considerato che secondo il premier l’articolo 18 è un totem ideologico che “non è mai stato e mai sarà il vero problema”. Anzi, come ha detto nell’intervista di mercoledì al Sole 24 Ore, “la direzione di marcia” consiste nel “superarlo”

“Il problema principale per le imprese è la mancanza di chiarezza su tempi e procedure per il licenziamento”, spiega Stefano Scarpetta, direttore della divisione Lavoro e affari sociali dell’Ocse. “Per questo riteniamo opportuno prevedere un iter standard, proseguendo sulla falsariga di quanto previsto dalla riforma Fornero”. Che, nel caso dei cosiddetti licenziamenti economici (quelli legati per esempio alla chiusura dell’attività), mantiene il reintegro solo nel caso di “manifesta insussistenza del fatto” mentre nelle altre ipotesi stabilisce che il giudice possa obbligare il datore di lavoro a pagare solo un risarcimento. “Un’evoluzione positiva”, secondo Scarpetta, “ma con il difetto di lasciare ancora larghi spazi di discrezionalità”. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo ritiene che occorra un passo ulteriore: la sanzione dovrebbe diventare lo standard. Da applicare sia quando a essere licenziato è un dipendente a tempo indeterminato sia quando si tratta di un precario il cui contratto viene risolto prima del termine, “come accade in Irlanda e nel Regno Unito”. Il risultato sarebbe, spiegano da Parigi, ridurre l’eccessiva segmentazione del mercato italiano tra garantiti e lavoratori a tempo, individuata come fattore “pregiudizievole nei confronti dei singoli e dell’economia” perché può “avere un effetto negativo sia sull’equità, sia sull’efficienza”.