C’è un episodio che descrive bene quello che molti a Washington pensano di Barack Obama. A fine giugno il presidente ha convocato alla Casa Bianca i leader del Congresso per discutere di Iraq. A un certo punto il leader democratico del Senato Harry Reid, da sempre uno degli uomini più vicini a Obama, ha chiesto al presidente di premere sui repubblicani che bloccano decine di nomine di ambasciatori Usa, compromettendo il lavoro delle sedi estere. Obama ha guardato Reid, quindi senza mostrare alcuna emozione ha detto: “Tu e Mitch (il leader repubblicano del Senato, n.d.r.) vi metterete d’accordo”.

L’episodio, confermato ai media Usa da diverse fonti, ha avuto larga eco perché mostra un presidente svogliato, rinunciatario, quasi indifferente a quanto gli succede intorno. In effetti le ultime settimane hanno scaricato sulla Casa Bianca un groviglio di problemi difficilmente districabili – dalla crisi ucraina alla guerra di Gaza, dall’esplosione dei problemi razziali a Ferguson all’avanzata dell’Isis in Iraq – cui Obama pare aver dato risposte solo parziali. Se il presidente si è ancora una volta guadagnato le critiche dei repubblicani – “Obama non è preparato a far questo lavoro”, ha detto il capogruppo della Camera, John Boehner – anche i democratici non paiono entusiasti. “Non fare danni non può essere il principio della politica estera americana”, ha spiegato Hillary Clinton, riferendosi alla prudenza delle mosse di Obama e alla tesi del presidente che la regola aurea degli Stati Uniti all’estero deve essere quella di “non nuocere”.

I numeri stanno del resto lì, a testimoniare la fine della fascinazione. Gli indici di popolarità di Obama sono poco sopra al 40%; erano al 69% nel gennaio 2009. La cosa appare particolarmente preoccupante, per i democratici, alla vigilia delle elezioni di midterm. Invece di far campagna per e con i candidati democratici, il presidente appare agli stessi deputati e senatori del suo partito distante e poco coinvolto. “Semplicemente, non ci sono rapporti tra noi e Obama”, ha raccontato John Mainchin III, un democratico centrista della West Virginia. “Non ci consulta mai in in occasione di una crisi”, ha aggiunto un altro democratico, Angus King del Maine. Quanto al mondo progressista alla sinistra del partito democratico, la delusione è ancora più cocente, almeno a partire dallo scandalo della NSA. “Obama è il peggior nemico della libertà di stampa nell’ultima generazione”, ha sentenziato James Risen, un reporter del New York Times che l’amministrazione Obama è pronta a far andare in galera se non rivelerà le fonti di un suo articolo.

Tutto deciso, dunque? Siamo al tramonto, triste e prolungato, di un presidente che aveva sollevato attese e speranze come nessuno nella storia americana recente? Forse, ma non per tutti. “Obama ha una strategia chiara. Sono le sfide ad avere molte facce”, obietta Nancy Pelosi, una delle democratiche ancora fedeli alla Casa Bianca. Questa, di un approccio pragmatico e realistico a sfide ormai antiche e incancrenite, è d’altra parte la tesi che la Casa Bianca e i suoi alleati più spesso rilanciano. Prendiamo il caso di Ferguson. Obama ha interrotto le sue vacanze, è tornato a Washington e ha parlato. Non poteva, dicono i consiglieri, prendere posizione nella disputa tra autorità e dimostranti sulla morte di Michael Brown. Ma ha condannato i “violenti e saccheggiatori”, aggiungendo però anche che “non ci sono scuse per un uso eccessivo della forza da parte della polizia o per negare i diritti a chi manifesta pacificamente”.

Una posizione secondo alcuni, prudentemente centrista, che mira a rassicurare la classe media bianca del Sud e delle periferie urbane prima delle elezioni di novembre, riconoscendo però le ragioni del malessere nero. Stesso tentativo di agire con realismo pragmatico Obama lo starebbe mostrando in politica estera. I repubblicani – e alcuni democratici, come mostrano le critiche di Hillary Clinton – gli rimproverano di essere indegno dell’antica politica imperiale americana. Obama avrebbe fatto un passo indietro sull’attacco alla Siria, dando a Putin l’impressione di un presidente indeciso e favorendo quindi l’attacco di Mosca all’Ucraina; e anche sul nucleare iraniano Obama si sarebbe dimostrato esitante e poco incisivo. Obama ha sempre risposto a queste critiche contrapponendo i principi di una diversa politica estera americana per il secondo millennio (lo ha fatto, soprattutto, in occasione di un discorso ai cadetti di West Point). “Gli Stati Uniti non possono più essere i poliziotti del mondo”, ha detto Obama.

“L’America resta la potenza ‘necessaria’ ma le crisi vanno affrontate con la comunità internazionale e in nessun modo i soldati americani devono partire ogni volta che nel mondo scoppia una crisi”. Questa attitudine più contenuta, rispetto agli anni di George W. Bush e dei neocon, è stata seguita in molte delle ultime crisi. Dal passo indietro sull’attacco alla Siria al tentativo di coinvolgere Turchia e Qatar nella soluzione della crisi di Gaza (che ha tanto indignato Israele) sino al recente caso dell’Iraq, con raid aerei mirati e limitati contro le postazioni dell’Isis. E’ sufficiente, la difesa della Casa Bianca e dei suoi alleati, a far tornare in alto i numeri della popolarità? Probabilmente no perché, come ha raccontato un osservatore raffinato della politica americana, E. J. Dionne, il vecchio popolo di Obama, e Obama stesso, hanno dovuto abbandonare il “sogno” e venire a patti con la “realtà” e questo ha finito per deprimere gli spiriti e rallentare l’azione legislativa e far dimenticare gli stessi risultati di questa amministrazione: dalla riforma sanitaria all’espansione dei diritti gay. In questo confronto obbligato e spiacevole con la realtà sta forse anche l’impressione di rassegnazione e indifferenza che Obama dà in queste settimane.

Con una postilla finale, che alcuni degli uomini più vicini alla Casa Bianca suggeriscono. Il presidente dovrebbe emettere a settembre un ordine esecutivo per la legalizzazione di almeno cinque milioni di immigrati. Sarebbe la sua risposta all’ostruzionismo dei repubblicani, che da anni si oppongono a una nuova legge sull’immigrazione. Sarebbe, soprattutto, la riforma cui Obama cerca di affidare il giudizio della Storia sulla sua presidenza.