Duemila tonnellate. Centrotrentatre container. Ecco il carico di armi che il governo Renzi si prepara a spedire alla resistenza curda, per cercare di fermare l’avanzata dell’Isis nel nord dell’Iraq. Armi che lo stato italiano ha tenuto custodite nell’arsenale della Maddalena in Sardegna per 20 anni, dopo il sequestro del carico – avvenuto il 13 marzo 1994 – a un gruppo di trafficanti russi e ucraini. Arsenale che in teoria non doveva esistere più. Mantenuto, però, in piena efficenza dalla Marina Militare italiana, nonostante un ordine di distruzione della magistratura torinese del 2006, mai rispettato.

La storia dei Kalashnikov, completi di munizioni, e degli Rpg in partenza per il nord dell’Iraq era stata al centro di un’inchiesta giornalistica della Nuova Sardegna nel 2011, ripresa nei giorni scorsi da Sergio Finardi (qui sotto la tabella tratta dagli atti giudiziari di Torino e pubblicata in un suo articolo su Altreconomia 29 settembre 2011), ricercatore di TransArms in un articolo sul manifesto. All’epoca il quotidiano sardo raccontò dell’invio curato dalla Marina Militare e dai servizi di sicurezza italiani di una parte di quell’arsenale alla resistenza libica, in violazione dell’embargo stabilito dall’Onu, passando per le strutture militari sulle coste laziali. Un’altra guerra, la stessa partita di armi oggi promesse ai curdi. La procura di Tempio Pausania provò a ricostruire la vicenda, ipotizzando una violazione delle norme internazionali che vietavano di fornire armamenti alle fazioni in guerra. Sforzo inutile, l’indagine fu bloccata dal segreto di Stato. Caso chiuso, almeno per i prossimi trent’anni.

Su quel carico di armi aveva già a lungo indagato la magistratura torinese, con il pm Paolo Tamponi, in un’inchiesta partita nel 1997. Cinque anni dopo il sequestro avvenuto nel canale di Otranto da parte della Capitaneria di Porto (che intervenne grazie ad una soffiata partita dal controspionaggio ucraino), la procura di Torino, insieme alla Dia, iniziò a seguire un potentissimo gruppo internazionale di trafficanti di armi, a capo di quel trasporto clandestino diretto in Croazia. Ad attirare l’attenzione degli investigatori era la strana attività di due società piemontesi, controllate da aziende ucraine. Finirono processati il petroliere russo Alexander Zhukov, arrestato in Costa Smeralda, e altri trafficanti ucraini.

Nel 2001, quando scattarono le manette, la magistratura torinese sequestrò l’intero carico trasferito nei depositi della Maddalena. Il processo vide l’assoluzione degli imputati perché i giudici ritennero non punibile il traffico estero su estero (le armi provenivano dagli ex depositi sovietici ed erano dirette a Rijeka, porto da dove dovevano raggiungere la Bosnia). Il capitano della Jadran Express – ascoltato in aula – dichiarò che la nave non doveva fare scalo nei porti italiani, facendo così cadere la competenza del tribunale di Torino. Gli stessi giudici, però, ordinarono la confisca definitiva delle armi e la loro distruzione, come prevede la legge. Nulla accadde. Anzi, l’arsenale preso in consegna dalla Difesa venne mantenuto in perfetta efficienza. Nel 2009 – racconta la Nuova Sardegna – il governo Berlusconi provò a rendere acquisibili dalla Stato le armi sequestrate, con un apposito decreto. Quel provvedimento non divenne mai legge, decadendo: dunque l’ordine di distruzione è rimasto in piedi, anche se mai attuato.

Oggi l’arsenale del magnate russo Alexander Zhukov sta per partire diretto ai curdi. Il ministro della difesa Roberta Pinotti  ha spiegato che si tratta di “mitragliatrici, razzi anticarro e munizioni funzionanti ed efficienti, sottoposti a trattamento di conservazione nel tempo”. Un’attività questa che la magistratura torinese aveva interdetto fin dal 2006.