Conto alla rovescia per gli esponenti del Pd che si sfideranno nelle primarie del 28 settembre per la corsa alla presidenza della Regione dopo le dimissioni di Vasco Errani. In settimana usciranno i nomi ufficiali dei candidati, che avranno solo un mese a disposizione per la campagna elettorale, mentre a Bologna si svolge la Festa nazionale dell’Unità. Come un gioco ad incastro pare dipendere tutto dalla candidatura (o non candidatura) di Stefano Bonaccini – renziano della seconda ora, segretario regionale del Pd e responsabile Enti locali nella direzione nazionale di Matteo Renzi – che non ha ancora sciolto la riserva sulla sua partecipazione alla competizione, ma ha dichiarato nei giorni scorsi di essere candidato “al 50%”.

Dai vertici Pd, sia bolognesi che romani, arriva però una voce insistente: Bonaccini non parteciperà alla corsa. Al suo posto, il candidato scelto da Renzi sarà Daniele Manca, sindaco di Imola e presidente dell’Anci dell’Emilia Romagna che da tempo ha dato la sua disponibilità ed è sostenuto dal sindaco di Bologna, Virginio Merola. Il nome di Manca sarebbe stato deciso dal premier per evitare scontri fratricidi in Emilia Romagna tra renziani di primo e secondo rito e, soprattutto, per arrivare ad un accordo tra renziani e bersaniani. Manca ha di certo il benestare del predecessore del premier, Pier Luigi Bersani, e di Vasco Errani, considerati da molti la guida effettiva del Pd in Emilia Romagna.

Renziano dell’ultimissima tornata e molto vicino a Bersani ed Errani, metterebbe d’accordo sia i sostenitori di Renzi sia le altre correnti. Molti democratici, soprattutto i renziani della prima ora in regione, sospettano però anche un altro genere di scambio: il via libera a Manca come presidente della Regione, in cambio dell’accordo nel Pd al Senato sulle riforme. Tra loro serpeggia il malcontento per un patto che si deciderebbe così nelle stanze del Pd romano, tagliando fuori l’Emilia Romagna e, soprattutto, escludendo dalla corsa Matteo Richetti, parlamentare renziano, dopo che già aveva dichiarato nelle scorse settimane di voler competere.

“Se davvero Bersani sta lavorando a questo ricatto – attacca Benedetto Zacchiroli, consigliere comunale bolognese e sostenitore di Richetti – è un irresponsabile. E deve smentirlo”. Nei giorni scorsi era intervenuto anche il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, per negare eventuali patti segreti a Roma sul futuro della regione. Ma Zacchiroli vuole una risposta direttamente da Bersani: “Voglio che sia lo stesso Bersani a smentire: Bersani rispondi”, dice.

Con Manca in pole position per la corsa a governatore dell’Emilia Romagna, Bonaccini e Richetti, dunque, dovrebbero ritirarsi. A risarcire Bonaccini della mancata corsa, arriverebbe una nomina a responsabile dell’organizzazione del partito e, addirittura, alla sua vice-presidenza. Bonaccini, dunque, potrebbe diventare a tutti gli effetti il braccio destro di Renzi nella ristrutturazione del nuovo Pd e rinunciare a guidare l’Emilia Romagna. Per Richetti, invece, non sarebbe previsto alcun tipo di contropartita per il ritiro dalla corsa a governatore.

Richetti, quando buona parte dell’Emilia Romagna era fieramente bersaniana, era stato la testa d’ariete principale di Renzi nel diffondere il suo verbo in una delle regioni dove l’“apparato” resisteva di più e la rottamazione del premier era tenacemente osteggiata, ma tra i due “Mattei”, da tempo, i rapporti si sono molto raffreddati. Nel Pd c’è chi ritiene anche che Richetti non sia interessato a correre per la Regione e che abbia già deciso di farsi da parte, magari appoggiando la corsa di Roberto Balzani, ex sindaco di Forlì e come lui renziano di primo rito.

Il forte antagonismo con Bonaccini (entrambi provengono dal modenese), però, gli impedirebbe di annunciare il suo abbandono prima che del ritiro dell’avversario. Se invece il segretario del Pd emiliano-romagnolo decidesse di correre, Richetti non si sottrarrebbe alla contesa delle primarie per le quali è già sceso in campo anche Patrizio Bianchi, assessore regionale all’Istruzione. Insomma, ancora una volta, sembra essere tutto nelle mani di Renzi che questa settimana sceglierà come accordarsi con Bonaccini e Manca. Potrebbe anche decidere di far correre  un outsider: il nome più accreditato è quello del ministro del Lavoro Giuliano Poletti (imolese come Manca).

Intanto tra i militanti c’è fermento. Su Facebook molti si sfogano chiedendo agli aspiranti candidati di dichiarare le loro intenzioni, che cessino le trattative “sotterranee” e che si inizi a parlare finalmente di programmi e di come dovrà essere amministrata la nuova Regione. Tanti, poi, auspicano che siano scelti tramite primarie anche i consiglieri regionali. Infine c’è da tener conto di un ultimo elemento. Se Manca decidesse di correre dovrebbe dimettersi da sindaco, carica che ricopre (per la seconda volta) da poco più di un anno.

Il Comune di Imola verrebbe commissariato e si dovrebbe andare a nuove elezioni. Davanti a sé, Manca avrebbe due possibilità: dimettersi prima delle primarie oppure farlo immediatamente dopo il voto. La normativa prescrive che, se un Comune va al voto per le dimissioni volontarie del primo cittadino, e se queste avvengono dopo il 24 febbraio, le elezioni devono tenersi in una domenica compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno dell’anno successivo. Nel caso di Imola, dunque, si andrebbe al voto dopo più di sei mesi di commissariamento, nella primavera del 2015, a meno che, il ministero dell’Interno, con un decreto legge ad hoc, non decida di accorpare il voto imolese a quello per la Regione, la cui data più probabile resta il 16 novembre.