Dopo l’estensione di 24 ore del cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, che scadrà alla mezzanotte di oggi, sono ripresi al Cairo i colloqui tra i negoziatori palestinesi e israeliani, mirati a raggiungere una tregua permanente. Un membro della delegazione palestinese, Qais Abdel-Kareem, ha fatto sapere che le discussioni sono incentrate sulle questioni principali, tra cui il blocco di Gaza imposto da Israele, la richiesta palestinese di riaprire il porto e aeroporto nella Striscia e la richiesta dello Stato ebraico di disarmare Hamas. Gli israeliani, ha riferito l’ambasciatore palestinese al Cairo, Jamal Shoback, hanno proposto soluzioni che “non prevedono la completa eliminazione del blocco, ma un suo allentamento”.

Secondo quanto riferito da un membro della delegazione palestinese rimasto anonimo, Israele ha offerto di allentare il blocco di Gaza aprendo i valichi di frontiera ad alcuni beni e persone, ma insiste per mantenere il diritto di limitare le importazioni di materiali come cemento, metallo e sostanze chimiche, che possono essere usati per fabbricare armi. Lo Stato ebraico, ha riferito inoltre il funzionario, vuole rimandare a una data futura non specificata le questioni dell’apertura di un porto e aeroporto a Gaza e del rilascio dei prigionieri palestinesi detenuti in Israele.

Il blocco di Gaza, imposto da Israele dopo che Hamas prese il potere sulla Strascia nel 2007, ha limitato in maniera significativa gli spostamenti degli abitanti e le importazioni di beni, e ha bloccato quasi del tutto le esportazioni. Israele sostiene che il blocco sia necessario per impedire il traffico di armi, ma i critici notano che la misura ammonta a una punizione collettiva dell’intera popolazione di Gaza. Intanto ieri il ministero della Salute di Gaza ha fatto sapere che il bilancio delle vittime palestinesi dell’ultimo conflitto ha superato più di duemila morti, di cui la maggior parte civili. Secondo gli ultimi dati dell’Onu, che verifica il bilancio con diverse fonti, nella guerra hanno perso la vita 1.976 palestinesi e 67 israeliani.

I palestinesi, ha riferito il negoziatore, sono però pronti a rinviare “per un mese dopo l’accordo sul cessate il fuoco” le discussioni sull’apertura di un porto e di uno scalo, e sul rilascio dei prigionieri. Israele, ha detto il funzionario, ha accettato inoltre di estendere la zona in cui i pescatori di Gaza possono lavorare, ma si oppone alla richiesta di Hamas di permette esportazioni senza controlli dalla Striscia.

Le posizioni delle parti sono ancora molto lontane. Lo ha detto il capo negoziatore palestinese, Azzam al-Ahmad, citato dal sito web del quotidiano Haaretz. “Tutto quello che è stato riportato dai media su un progresso (nei negoziati, ndr) non è vero”, ha affermato al-Ahmad. “Spero – ha aggiunto – che useremo ogni minuto per raggiungere un’intesa. Finora abbiamo concordato solo di estendere di un giorno il cessate il fuoco”.  “L’intransigenza di Israele impedisce il raggiungimento di un accordo”, ha detto Khaled el Batsh, membro della Jihad islamica in seno alla delegazione palestinese. “I negoziati possono fallire in qualsiasi momento”, ha ammonito. “Il nemico (Israele, ndr) non ha accettato nessuna richiesta dei palestinesi e tutte le opzioni sono aperte”, ha detto invece Izzat Risheq, rappresentante di Hamas. 

Le due delegazioni, che hanno ripreso ieri i colloqui indiretti, hanno macinato 15 ore di discussioni in due giorni. Mentre il premier israeliano Benyamin Netanyahu avverte che l’esercito con la stella di Davide tornerà a colpire duramente se riprenderà il lancio di razzi dalla Striscia, il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen è volato a Doha per incontrare il grande assente al tavolo negoziale, il leader di Hamas Khaled Meshal. Secondo alcuni osservatori, si tratta d’una missione per provare ad ammorbidire le posizione del movimento al potere de facto nella Striscia, e svincolare al contempo la trattativa dal gioco più ampio del confronto regionale tra Egitto, Qatar e Arabia Saudita.

Quel che è certo è che la doppia tregua di questi ultimi giorni ha sostanzialmente tenuto, al di là di qualche sporadica e contenuta fiammata di guerra. Una ripresa del conflitto, che ha causato oltre 2.000 morti tra i palestinesi secondo fonti di Gaza – quasi 500 i bambini – e 67 sul fronte israeliano (inclusi cinque militari uccisi da fuoco amico, ammette oggi l’esercito), rischia di aggravare l’emergenza umanitaria nella Striscia e infiammare ancor di più il Medio Oriente e il mondo arabo, scosso in queste ore dall’avanzata jihadista in Iraq e Libia.

In Israele prevale un certo scetticismo, mentre le distanze sui alcuni punti chiave si avvicinano solo a fatica. Da una parte si vorrebbe ottenere il disarmo di Hamas, che appare improbabile, dall’altra la fine totale dell’embargo, altro tema scottante al tavolo della trattativa. Israele è “preparato per ogni scenario”. Così, riporta la stampa israeliana, si è espresso il premier Benjamin Netanyahu, a poche ore dallo scadere del cessate il fuoco. In serata Neyanyahu ha preso parte ad una riunione con il ministro della Difesa Moshe Yaalon e i comandanti militari delle forze israeliane presso la base navale di Ashdod.

Da Gaza, con una rinnovata veemenza propagandistica, Hamas ha negato una sconfitta militare e minacciato che il prossimo round di combattimenti avrà come teatro Ashqelon, in territorio israeliano. Per rassicurare Israele è scesa in campo anche l’Unione europea, pronta a garantire con proprie forze il controllo del valico di Rafah, che la proposta di mediazione egiziana vorrebbe permanentemente aperto. Su un altro piano, i palestinesi si dicono pronti a ‘stralciarè da questa fase negoziale la richiesta di riaprire l’aeroporto e costruire un porto commerciale, ma chiedono in cambio un primo ‘sì’ israeliano. Che non arriverà senza che dall’altra parte qualche forma di garanzia concreta su un progressivo svuotamento degli arsenali della Striscia.