E’ una complessa trama quella che in queste ore si sviluppa tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato e Pentagono. Gli attacchi ai militanti dell’Isis continuano e, come hanno spiegato le autorità americane, “non è in vista la fine dei bombardamenti”. Ma all’amministrazione americana è molto chiaro un fatto: l’intervento militare è in grado soltanto di attenuare, non bloccare, la minaccia dell’Isis; e qualsiasi soluzione alla guerra civile dovrà venire, se verrà, dall’interno della politica irachena.

Gli attacchi americani – concentrati tutti nell’area di Sinjar, nel nordovest del Paese – sono stati decisi sostanzialmente per tre ragioni: fermare il possibile genocidio di 40 mila Yazidi assediati dagli islamisti in cima al Monte Sinjar; bloccare l’avanzata dei miliziani verso le aree curde; difendere il personale diplomatico americano di stanza a Bagdad ed Erbil. Si tratta di obiettivi che possono prendere alcune settimane, che sono di incerta efficacia ma che soprattutto appaiono di portata limitata.

La forza dell’Isis, in questi mesi, è infatti cresciuta di molto, oltre le stesse aspettative americane. Lo ha riconosciuto Barack Obama nel discorso di sabato. “La crescita dell’Isis è stata più rapida di quanto la nostra intelligence e gli stessi politici si aspettavano” ha detto Obama, dimenticando forse che lo scorso giugno Brett McGurk, responsabile degli affari iracheni per il Dipartimento di Stato, aveva spiegato alla Commissione Esteri del Senato che “l’Isis è cresciuto sino a diventare un vero e proprio esercito, capace di organizzare almeno 50 attentati al mese in Iraq e Siria e pronto a dirigere i suoi attentatori suicidi in Europa e persino negli Stati Uniti”.

Obama può quindi dire che “gli Stati Uniti non permetteranno la creazione di un califfato tra la Siria e l’Iraq“. Il problema è che quel califfato di fatto già esiste, che decine di città e villaggi sono caduti praticamente senza combattere nelle mani degli islamisti e che i bombardamenti possono bloccare l’avanzata dei miliziani ma non restituire i territori conquistati. Casa Bianca e Pentagono stanno dunque studiando possibili contromisure. Una possibilità sarebbe quella di aumentare l’aiuto militare al governo di Nouri al-Maliki, che dallo scorso maggio chiede un intervento più deciso di Washington. Ci sono già 300 esperti militari americani in Iraq, per valutare il tipo di assistenza da dare. Niente è stato ancora deciso, anche perché l’obiezione più grande è che dare le armi ad al-Maliki potrebbe rafforzare il primo ministro sciita, ritenuto da Washington una delle cause principali del caos di questi giorni.

L’altra ipotesi che politici e militari americani stanno valutando è quella dell’aiuto militare diretto ai curdi. Fonti di stampa hanno rivelato che già alcune settimane fa le autorità curde avrebbero chiesto agli americani munizioni, fucili di precisione, mitragliatrici, mezzi pesanti per rifornire i combattenti pesh merga. Mentre un primo rifornimento pare arrivato – notizia annunciata dai media curdi ma smentita a Washington – un aiuto militare diretto degli Stati Uniti ai curdi è complicato dal fatto che, per la legge americana, Pentagono e Dipartimento di Stato possono fornire armi solo sulla base di un accordo interstatale. E i curdi non sono uno Stato. In più, i fucili d’assalto AK-47 usati dai pesh merga sono di fabbricazione russa e Washington avrebbe dunque più di una difficoltà a rifornirli di munizioni.

Accanto alla valutazione del quadro militare, prosegue a Washington il lavoro della politica. Barack Obama nel discorso di sabato ha detto che “la cosa più importante su cui sono ora focalizzato è la formazione di un governo iracheno” e davvero le autorità americane pensano che sino a quando non verrà formato un nuovo governo, rappresentativo dei vari gruppi e sette, non sarà possibile disinnescare la “bomba” Isis. La formazione del nuovo governo iracheno, dopo le elezioni di aprile, è stata più volte ritardata, soprattutto per contrasti all’interno della maggioranza sciita. Nouri al-Maliki, inviso agli americani, rifiuta di fare il passo indietro richiesto e i suoi sostenitori si sono concentrati in una piazza di Bagdad, sabato sera, per chiederne un terzo mandato. Altri candidati alla guida del governo, ritenuti più capaci di mediare, sono Tariq Najim, compagno di partito di al-Maliki, e l’ex-primo ministro Ibrahim al-Jaafari.

La volontà di Washington sarebbe quella di arrivare a un nuovo governo, senza al-Maliki, capace di rappresentare i tre gruppi maggioritari nel Paese: sciiti, sunniti e curdi. La maggior inclusività dovrebbe, nelle parole di Obama, “dare fiducia ai sunniti, fargli sentire di essere coinvolti in un governo più ampio, cosa che ora non succede” e permettere dunque che siano gli stessi sunniti a rifiutare le incursioni degli islamisti dell’Isis, sunniti anche loro. Una soluzione al problema dell’avanzata del califfato, secondo Obama, dovrebbe quindi essere trovata attraverso i mezzi della politica e della rappresentanza. Il problema pratico è che, mentre la politica fa lentamente e faticosamente il suo corso, l’Isis non si ferma.