Insegna a fare il gesto delle corna e quello dell’ombrello a inglesi e australiani. Presto, forse, anche agli americani di New YorkChicago e San Francisco. “Ma la cosa che forse scatena più curiosità è quando chiudo la mano a riccio e la muovo avanti e indietro, un movimento che in Italia vuole dire molte cose, tutte cose assolutamente sconosciute a chi non vive nel Paese”. Luca Vullo, 35 anni, di Caltanissetta, dopo gli studi al Dams di Bologna è volato a Londra due anni anni fa per amore. “Sono venuto con un progetto ben definito, non allo sbaraglio. Sapevo che in questa città avrei dovuto mettere in campo tutto quello che sapevo fare e io in quel momento facevo documentari. Ecco, così, l’idea dei corsi di gestualità”. Sì, perché Vullo insegna proprio la cosa più stereotipata della comunicazione del Bel Paese, a volte oggetto di derisione da parte degli stranieri. Ma anche di fascino e ammirazione. Ovvero il nostro modo di gesticolare e di accompagnare il discorso con movimenti e mimica che, spesso, solo noi italiani capiamo.

Vullo fa questo nelle università. Con risultati spesso inattesi. “Inizio le mie lezioni baciando sulle guance tutti gli studenti – dice – spesso persone che non sono abituate nemmeno a sfiorarsi, come capita nella cultura anglosassone. Quando faccio il giro dell’aula e bacio tutti, la gente rimane veramente sorpresa. Alcuni sono molto freddi, altri più spontanei, ma tutti in fondo sono divertiti e affascinati. Allora comincio la mia lezione e spiego, facendo dei gesti chiaramente, quello che fa parte della nostra cultura. Lo faccio nelle università. Solo qui nel Regno Unito l’ho fatto negli istituti del King’s College di Londra, Bristol, Manchester, Sussex e persino di Cambridge . A settembre andrò all’Università di Oxford”.

E pensare che tutto partì per caso, come spesso succede a chi va all’estero. Vullo, già durante gli studi a Bologna, insieme a lavori di ogni tipo (“compreso il portapizze e il venditore notturno di quotidiani, davo per le strade Il Resto del Carlino”) porta avanti la sua passione, la documentaristica. Fonda una sua casa di produzione a Caltanissetta e gira il suo primo lavoro, nel 2003, “Cumu veni si cunta” (più o meno significa “come viene, viene”), un lungo filmato sull’arte di arrangiarsi dei siciliani, “fra questi un rigattiere della mia città con doti canore e un altro ragazzo che buttava la spazzatura delle signore anziane e si faceva pagare”.

Per Vullo è stato fondamentale l’aiuto delle istituzioni, allora come oggi. “Non conoscevo nessuno in Comune, ma andai con un progetto molto preciso e ben dettagliato. Trovai un assessore lungimirante che mi aiutò. Capii che bisogna saper trattare con chi gestisce fondi e autorizzazioni e la ricetta è sempre fare per loro qualcosa che preveda un beneficio per la città o un ritorno di immagine”. Tuttora, anche a Londra, Vullo collabora con istituto di cultura, ambasciata, consolato e associazioni di italiani, anche se il lavoro di “professore di gestualità” è arrivato in un altro modo.

“Nel 2011 – racconta – girai un altro documentario, ‘The voice of the body’, sulla gestualità dei siciliani. Durante una proiezione a Londra, una scenografa del National Theatre lo vide e lo commentò parlando poi con un regista, Richard Eyre, che proprio in quel momento stava lavorando su Pirandello. Mi contattò e a stretto giro mi ritrovai a insegnare la gestualità sicula agli attori. Le lezioni furono talmente utili al loro lavoro che la voce si sparse. Poco dopo mi intervistarono Bbc e Guardian. Da lì il contatto con le università e le lezioni in giro per il Regno Unito. Fino ad andare in Australia e a cominciare un tour di mezzo mondo, sempre contattato dai professori di italiano negli atenei straniere e dagli istituti per la promozione della nostra cultura”.

Così il fascino delle mani e delle espressioni diventa mestiere. “Anche se il troppo stroppia – spiega – e a molti la gesticolazione eccessiva dà un po’ di fastidio. I gesti volgari non li capiscono proprio, quindi non direi che è quello il problema, comunque”. Per Vullo, una cosa è certa: “Qui mi sento realizzato e questa città mi dà una forza incredibile. Sono un libero professionista, è vero, con gli aspetti negativi e positivi del caso. Ma qui mi sento molto meglio rispetto a come mi sentirei in Italia”. Tanto da avere già in lavorazione una nuova idea: un documentario sull’immigrazione dei connazionali a Londra. Non solo quella di chi ha successo, “ma anche quella di chi deve lavare piatti e pentole in un ristorante”.

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