In Belgio ci sono due certezze: ad agosto piove sempre e formare il governo è una vera impresa. Nel giorno della festa nazionale, 21 luglio, e a quasi due mesi dalle elezioni federali del 25 maggio, il Paese che ospita tutte le principali istituzioni europee non ha ancora un esecutivo. E a giudicare dal clima politico tra i partiti il traguardo resta lontano. L’ultimo precedente è la crisi politica del 2010, quando ci vollero ben 18 mesi per nominare premier il socialista Elio Di Rupo. Belgio e i suoi 11 milioni di abitanti sono ancora senza governo.

A pesare è l’eterna querelle tra fiamminghi e valloni, tra il nord ricco e produttivo e il sud povero e assistenzialista. Il volto delle Fiandre è Bart De Wever, leader del partito separatista N-VA e sindaco di Anversa, quello del Sud è Elio Di Rupo, socialista e di origini italiane. Se una parte considerevole dei fiamminghi vorrebbe la secessione tout court, ad animare concretamente il dialogo politico è una serie di riforme che darebbero più competenze alle tre regioni belghe e taglierebbero considerevolmente il budget federale e le spese sociali ad esso legate.

Già di per sè, la procedura per la formazione del governo in Belgio è a dir poco complessa. Alla luce del risultato delle elezioni, il re attribuisce al vincitore – il cosiddetto “informatore” – l’incarico di iniziare le consultazioni con gli altri partiti. Il passo successivo è quello del “formatore”, ovvero colui che forma il governo vero e proprio, il premier in pectore. Ma la realtà dei fatti è ben più complessa: nel 2010 per arrivare al formatore ci fu bisogno di un informatore, un preformatore, un mediatore, un classificatore, un altro informatore e infine un altro mediatore. Il risultato fu Elio Di Rupo, che tra tante critiche e tagli forzati al bilancio è riuscito a tirare avanti fino alle elezioni del 2014.

Stavolta il primo informatore, un Bart De Wever rinato dopo una cura dimagrante di venti chili, ha gettato la spugna a giugno e adesso le consultazioni sono in mano al leader dei liberali francofoni (MR) Charles Michel. L’esito finale potrebbe essere una coalizione “kamikaze”, come si dice a Bruxelles, ovvero un accordo tra MR e i tre partiti fiamminghi N-VA, CD&V ed Open VLD, un’eventualità ovviamente invisa alla comunità francofona ma vista dai liberali come l’unica possibilità di avviare la sesta riforma dello Stato. Il prossimo premier sarà quasi sicuramente fiammingo. Una simile coalizione e la sostanziale vittoria del centro destra lascia ipotizzare che il prossimo primo ministro del Belgio venga proprio dalle Fiandre o dalla regione di Bruxelles, l’unica bilingue. Visto che difficilmente sarà un membro della N-VA, molto probabilmente salirà al governo un membro dei due partiti cristiano democratici che decidessero di entrare nella coalizione, insomma un politico alla Herman Van Rompuy, l’attuale presidente belga del Consiglio europeo, abile nell’arte del compromesso e della mediazione.

Tutti da verificare gli effetti di un’eventuale nuova crisi di governo sulla tenuta del Paese, che al nord vede crescere la deriva autonomista. Crollato nell’immaginario collettivo il ruolo unificatore del re – Philippe non occupa lo stesso posto del padre Albert II nel cuore dei belgi – a impregnare l’aria di patriottismo resta solo il calcio. Non a caso gli inaspettati successi dei Diables Rouges, la giovane Nazionale, e la gioia popolare che li ha accompagnati fino ai quarti di finale del mondiali in Brasile sono stati accolti con una certa diffidenza dai partiti a spiccata vocazione regionalista. D’altronde permettere che i belgi si sentano troppo belgi non conviene a chi vuole dividere il Paese.

Twitter @AlessioPisano